Sabato, 16 Ottobre 2021
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La Polonia blocca le restituzioni dei beni confiscati dai nazisti alle vittime della Shoah

Il governo conservatoe afferma che il provvedimento servirebbe a porre fine a frodi e incertezze ma per i critici è un modo per colpire gli ebrei e riscrivere la storia del Paese

Per gli ebrei della Polonia sopravvissuti alla Shoah, sarà più difficile richiedere la restituzione dei beni confiscati dai nazisti durante l'occupazione tedesca nella Seconda Guerra mondiale. Il Parlamento di Varsavia ha approvato un provvedimento che impedisce agli ex proprietari, compresi i sopravvissuti all'Olocausto e i loro discendenti, di tornare in possesso delle proprietà espropriate dalla Germania di Adolf Hitler.

Dopo la caduta della Cortina di ferro nel 1989, diversamente da altri Paesi del blocco comunista, il governo di Varsavia non ha provveduto alla restituzione automatica dei beni confiscati, costringendo i singoli cittadini a rivolgersi alla giustizia senza sostegno né alcuna garanzia. Non c'è mai stata una vera e propria legge in materia, ma nei tribunali alcune cause sono andate avanti. Secondo l'attuale maggioranza, tuttavia, nel corso del tempo si sono registrate irregolarità e frodi, per cui si è reso necessario modificare il diritto amministrativo.

Il provvedimento, che per entrare in vigore attende solo la firma del presidente nazionalista conservatore, Andrzej Duda, stabilisce ora che non si possono impugnare le decisioni amministrative dopo un periodo di 30 anni, così impedendo agli ebrei, di fatto, di recuperare proprietà che, espropriate durante la seconda guerra mondiale, furono poi incamerate dalle autorità comuniste.

I promotori della legge sostengono che essa è tesa a porre fine alle incertezze in merito ai diritti di proprietà e ad eliminare i casi ricorrenti di frode e corruzione. I detrattori denunciano, invece, un provvedimento ulteriormente penalizzante per i cittadini polacchi ebrei che non si sono subito fatti avanti per rivendicare la restituzione dei loro beni, spesso confiscati due volte: prima dai nazisti che hanno occupato la Polonia e dopo il conflitto dai comunisti.

Israele ha condannato la nuova normativa per bocca del ministro degli Esteri Yair Lapid, che ha affermato che il testo "danneggia sia la memoria dell'Olocausto che i diritti delle sue vittime". Gideon Taylor, presidente della World Jewish Restitution Organization (Wjro), ha sottolineato che il disegno di legge è "ugualmente ingiusto sia per gli ebrei che per i non ebrei". Sul tema è intervenuto anche il Segretario di Stato Usa Antony Blinken, che si è detto "profondamente preoccupato”.

Secondo diversi analisti la legge varata dal Parlamento si inserisce in un disegno più ampio del governo nazionalista e conservatore di Duda - riconfermato alle elezioni di luglio 2020 - di riscrivere la storia della Shoah a fini politici. La linea portata avanti dal Partito Diritto e Giustizia (PiS), al potere dal 2015, è incentrata su una narrazione revisionista che erige il mito fondatore della Polonia nazione martire, vittima innocente del regime hitleriano, e a tratti eroica, con oltre 7 mila 'giusti' impegnati a salvare i cittadini ebrei dalla Shoah e reti di resistenti clandestini sostenuti dal governo polacco allora in esilio a Londra.

Una retorica patriottica difesa a spada tratta dal PiS con la legge sull'Olocausto, approvata nel febbraio 2018, per difendere la reputazione internazionale della Polonia. Dopo una ondata di condanne diplomatiche da diversi Paesi, il governo e' stato costretto a ritirare dalla prima versione del testo la sanzione di 3 anni di reclusione per chiunque avesse attribuito alla nazione polacca la responsabilità del genocidio degli ebrei.

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