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Domenica, 29 Gennaio 2023

Tommaso Lecca

Giornalista

Lo stallo Ue sui migranti è una buona notizia per Meloni

Dallo "schiaffo all'Italia" alla "trappola svedese". Complici le bandiere a mezz'asta in occasione dei funerali del Papa emerito e l'arrivo dell'Epifania che tutte le feste si porta via, sui giornali italiani aleggia un clima di lutto dopo le parole del rappresentante della Svezia alle istituzioni Ue, l'ambasciatore Lars Danielsson. Il diplomatico di Stoccolma è finito sulle nostre prime pagine per aver detto al Financial Times un'ovvietà, cioè che "il Patto Ue sulla migrazione non sarà completato durante la presidenza svedese", ovvero entro giugno, e che quindi ci vorrà ancora molto tempo. Apriti cielo. 

Schiaffi tra sovranisti?

A scanso di equivoci chiariamo subito un punto. Se anche dovesse trattarsi di uno "schiaffo" a Roma, sarebbe meglio fare un po' di attenzione prima di puntare il dito contro Bruxelles. La presidenza di turno dell'Ue attualmente spetta alla Svezia, Paese guidato da una coalizione di centrodestra di cui fanno parte anche i Democratici Svedesi, partito nazionalista, anti-Ue e contro l'arrivo di migranti, nonché alleato al Parlamento europeo di Fratelli d'Italia all'interno della famiglia dei Conservatori e riformisti europei.

Il Patto

Nonostante l'attuale affinità politica tra Roma e Stoccolma, l'avvertimento di Danielsson si è presto trasformato in una sentenza inappellabile di condanna per il governo di Giorgia Meloni e per i suoi presunti sforzi immani per raggiungere un accordo sul Patto Ue sulla migrazione e l'asilo. Ma basta ripercorrere l'evoluzione del testo proposto il 23 settembre del 2020 dalla Commissione europea e ricordarne il contenuto per capire che l'amara previsione del diplomatico di Stoccolma non è assolutamente uno sgarbo all'attuale governo italiano. Anzi, a dirla tutta, è proprio un favore. 

Niente ricollocamenti

Promesso da Ursula von der Leyen come il testo che avrebbe superato Dublino, ovvero il Trattato che oggi obbliga il primo Paese in cui arriva il migrante a farsene carico, il "nuovo Patto" presenta diversi tratti in comune con l'attuale disciplina arricchiti da un sistema di screening più rigoroso nel primo Paese di ingresso e da una serie di opzioni di 'solidarietà' per gli altri Stati. In ogni caso il principio del Paese di primo approdo del migrante (quello che più interessa noi) non viene neanche scalfito e i ricollocamenti obbligatori verso gli altri Stati, caldeggiati dai Paesi mediterranei, non sono presenti. 

Cosa prevede il Patto

I Paesi che non ricevono direttamente i richiedenti asilo possono scegliere se accettare di propria spontanea volontà il ricollocamento nel loro territorio (come già avviene, anche se in numeri minimi), offrire un sostegno al rimpatrio o garantire un supporto operativo. In base alla seconda opzione, uno Stato si assume la responsabilità di rispedire a casa la persona senza diritto di soggiorno per conto del Paese nel quale è entrata illegalmente. Ma se il rimpatrio non avviene, sarà lo Stato 'sponsor' a dover accogliere il migrante irregolare. Il testo lascia anche una via d'uscita ai Paesi che non vogliono ricevere né incaricarsi di rimpatriare i migranti: quella di fornire un supporto che consisterebbe nello sviluppo di capacità, competenze tecniche e operative rivolte agli Stati Ue coinvolti dai flussi o anche ai Paesi extra-Ue di partenza o transito dei migranti. Insomma, il Patto non risponderebbe alle preoccupazioni di Roma né delle altre capitali del Sud Europa, che infatti appoggiano il testo solo in parte.

Puntate precedenti

Dopo la proposta della Commissione, come previsto dall'iter legislativo Ue, il testo è arrivato ai tavoli negoziali. Qui i diplomatici italiani hanno dapprima adottato la strategia del 'pacchetto' sotto le insegne del motto "nothing is agreed until everything is agreed", ovvero nulla è deciso finché non c'è l'accordo su tutto. L'Italia voleva portare a casa qualche risultato in più sulla solidarietà interna europea e alleggerirsi di qualche responsabilità. Ma questa strategia è stata poi accantonata per iniziare a fare qualche passo avanti necessario per dotare l'Ue di nuove regole. I risultati più importanti si sono visti lo scorso 22 giugno con l'approvazione della posizione unitaria del Consiglio Ue sul regolamento Eurodac per una banca dati per la registrazione e il monitoraggio dei migranti e il regolamento sullo screening alle frontiere esterne dell'Ue. Approvazioni accompagnate dall'impegno preso da oltre la metà dei Paesi Ue di accogliere subito una quota di migranti. 

La scadenza

Tuttavia l'approvazione dell'intero Patto Ue sui migranti entro i primi sei mesi del 2023, che coincidono con la presidenza svedese, non è mai stata alla portata delle istituzioni europee. Non a caso la stessa Commissione, che ha tutto l'interesse ad approvare al più presto la sua riforma, ha fissato la scadenza "alla fine della legislatura Ue" ovvero alla primavera del 2024. Un termine che coincide con quello fissato dall'ambasciatore Danielsson nell'intervista al Financial Times. Di certo il diplomatico, escludendo a priori l'intesa da qui a luglio, non ha incoraggiato alcuna accelerazione delle trattative. Ma siamo convinti che questo rappresenti uno "schiaffo" all'Italia?

L'alibi

Il governo Meloni non avrebbe alcun vantaggio da una rapida conclusione del negoziato. Le nuove regole Ue si tradurrebbero invece in nuovi obblighi di responsabilità di breve termine per l'Italia accompagnati da vantaggi di lungo periodo una volta che il sistema di ripartizione e rimpatrio dei migranti avrà finito il rodaggio. Ma la politica, specie quella italiana, è abituata a guardare alla convenienza nell'immediato. E la mancanza di regole comuni rappresenta da anni un alibi di ferro per tutti i governi italiani che si sono succeduti e che non sono riusciti a trovare una soluzione durevole alle varie "crisi migratorie", oramai evocate non appena i flussi sforano di qualche cifra le medie stagionali. Ecco perché, dopotutto, lo stallo Ue sui migranti è una buona notizia per Meloni.

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