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Perché l’Italia è il primo Paese Ue a bloccare l’export di vaccini

Il ministero degli Esteri ha detto no ad AstraZeneca che voleva spedirli in Australia visto che la casa farmaceutica è in ritardo sulle consegne e che le dosi erano destinate a un Paese ritenuto "non vulnerabile"

Sta fecendo discutere la decisone dell'Italia di bloccare una partita di vaccini AstraZeneca e Oxford in partenza verso l'Australia. La notizia è trapelata oggi ma era stata presa e comunicata venerdì scorso, nella giornata in cui si concludeva il videosummit tra leader Ue, quando il Governo ha comunicato alla Direzione generale per la salute della Commissione europea la scelta di non far partire 250mila dosi prodotte dalla compagnia anglo-svedese. Una decisione legittimata dal punto di vista legale dal meccanismo di trasparenza e autorizzazione per le esportazioni di vaccini anti-Covid adottato dall'esecutivo comunitario lo scorso 29 gennaio, secondo cui i produttori di vaccini con sede nell'Ue devono richiedere l'autorizzazione al Governo nazionale in cui avviene la produzione prima di esportarlo fuori dall'Unione. Il semaforo rosso dell’Italia, riportato oggi dal Financial Times, è il primo blocco all’export di vaccini dall’Unione europea verso uno Stato extra-comunitario. 

Perché no

A confermare la notizia sono state fonti interne alla Commissione europea, che fino a venerdì scorso si era limitata a convalidare l’ok degli Stati membri all’esportazione di dosi verso Paesi terzi. Il no dell'esecutivo guidato da Mario Draghi, al quale Bruxelles non si è opposta, è arrivato principalmente per tre ragioni. Queste si basano su informazioni note al ministero degli Affari esteri e sui dati forniti dalla stessa casa farmaceutica. La prima ragione del blocco è la destinazione delle dosi: l’Australia, conferma una fonte diplomatica, non è un Paese vulnerabile. L’export verso Paesi non a rischio viene definito, dalla stessa Commissione europea, una “potenziale violazione degli impegni contrattuali assunti dalle industrie farmaceutiche” e “comporta il rischio di penurie e quindi di ritardi all'interno dell’Unione”. Ritardi che “perturbano gravemente il piano dell'Unione di vaccinare la sua popolazione”, si legge nel regolamento che stabilisce il meccanismo di autorizzazione all’esportazione.

I ritardi di AstraZeneca

Le altre due ragioni che hanno spinto l’Italia a dire ‘no’ ad AstraZeneca sono le dirette conseguenze della prima. Il ministero degli Esteri ha infatti sottolineato, nel suo diniego presentato a Bruxelles, il permanere della penuria di vaccini nell'Ue e in Italia e dei ritardi nelle forniture dei vaccini da parte di AstraZeneca. Insomma, la casa farmaceutica anglo-svedese intendeva esportare dosi nonostante il ritardo nella consegna dei vaccini promessi all’Italia e agli altri Paesi Ue. Basti pensare che a inizio gennaio l’Italia si aspettava di ricevere oltre 8 milioni di dosi AstraZeneca entro il primo trimestre dell’anno. La casa farmaceutica ha poi rivisto sensibilmente al ribasso tale impegno, con un taglio della quota di dosi consegnate entro marzo che dovrebbe fermarsi a 5 milioni, oltre il 35% in meno di quanto previsto a inizio anno.

Troppe dosi in partenza

Terza e ultima ragione che ha convinto il Governo di Roma a dire no alla richiesta di esportazione è l’elevato numero di dosi di vaccino che AstraZeneca intendeva spedire in Australia. In un momento come questo - è stato il ragionamento dell’esecutivo italiano avallato dall’Ue - non possiamo permetterci di perdere in un colpo solo 250mila dosi.

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