Narcotraffico, nel mondo meno condanne a morte. Ma è boom di uccisioni stragiudiziali

Uno studio avverte: “Retorica populista spinge i leader a reintrodurre le esecuzioni”. E se in Iran le condanne al patibolo sono state cancellate, nelle Filippine è strage

Tanti sforzi che rischiano di essere vanificati. Mentre le esecuzioni di sentenze capitali per combattere il narcotraffico continuano a diminuire, le nuove politiche di “tolleranza zero” contro la droga rischiano di invertire la tendenza. È quanto afferma l’ultimo rapporto pubblicato dalla Ong Harm Reduction international, che monitora le uccisioni “legali” per sanzionare lo spaccio di sostanze stupefacenti da oltre dieci anni. 

Secondo lo studio, le esecuzioni per reati collegati allo spaccio di sostanze illecite sono diminuite drasticamente dalle 755 del 2015 alle 91 dell’anno passato. La riduzione è dovuta soprattutto alle riforme attuate in Iran, Paese che ha deciso di limitare sensibilmente l’applicazione della pena di morte per crimini connessi al commercio di stupefacenti. 

“La verità è che l'esecuzione di trafficanti di droga non ha avuto alcun effetto deterrente”, ha dichiarato Mohammad Baqer Olfat, vice-capo del sistema giudiziario iraniano, riscoprendo con oltre 250 anni di ritardo uno dei punti cardine del saggio “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria: quello dell’inutilità della pena capitale. Le persone messe a morte da Teheran a seguito di procedimenti giudiziari penali è passato da un totale di 725 nel 2010 a 221 nel 2017.

Sebbene i reati di droga possano ancora essere puniti con la pena capitale in almeno 35 Paesi, solo quattro di questi hanno emesso simili condanne nel 2018. Almeno 59 persone sono state uccise in Arabia Saudita, mentre almeno 23 sono state giustiziate in Iran e 9 in Singapore.

Non si conosce il numero delle pene capitali avvenute in Cina, dove, secondo Amnesty International, avvengono più esecuzioni che in tutti gli altri Paesi del mondo messi assieme. Ma la decisione del Governo di Pechino di coprire con segreto di Stato il numero di esecuzioni impedisce di mettere nero su bianco la cifra di morti effettive a livello globale come sanzione per reati di narcotraffico. 

Dal rapporto di Harm Reduction international trapela preoccupazione per le posizioni espresse dai leader di Stati Uniti, Filippine, Bangladesh e Sri Lanka, pronti a usare la pena capitale per vincere la nuova “guerra alla droga”.

In Bangladesh, il primo ministro Sheikh Hasina ha ordinato alla polizia di trattare il traffico di droga con gli stessi metodi utilizzati per contrastare la violenza estremista. Nello Sri Lanka, dove la pena di morte non veniva applicata dal 1976, il presidente Maithripala Sirisena ha recentemente annunciato che gli spacciatori condannati saranno impiccati. Sirisena ha definito come “esempio per il mondo” la dura repressione contro le droghe del presidente Rodrigo Duterte nelle Filippine.

Le Filippine hanno abolito la pena di morte nel 2006. Eppure, “il giro di vite sulla droga del Presidente Duterte - si legge nel rapporto - ha causato oltre 20mila presunte esecuzioni stragiudiziali da giugno 2016, e sta portando alla reintroduzione della pena di morte per reati di droga”. 

Donald Trump ha parlato a più riprese della reintroduzione della pena capitale per i narcotrafficanti negli Stati Uniti. Queste dichiarazioni hanno avuto seguito in un memorandum pubblicato lo scorso anno dall'allora procuratore generale Jeff Sessions, che incoraggiava la magistratura degli Stati Uniti a perseguire con la pena capitale il traffico illecito di droga.

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Nel mentre, il Governo di Singapore, dopo aver perseguito per anni una violenta repressione del narcotraffico, sta discutendo se abolire la pena di morte in seguito a una protesta internazionale per via delle punizioni sproporzionate.

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