Il nuovo Patto Ue sui migranti non conviene all’Italia: lo studio delle ong per i diritti umani

Applicando la proposta di Bruxelles si dovrebbero moltiplicare fino a 50 volte i posti di detenzione per richiedenti asilo. Le autorità non sarebbero "mai in grado di privare della libertà personale tutte queste persone"

Le forze dell’ordine intervenute per gestire una protesta nel Cpr (Centro permanente per i rimpatri) di via Corelli, alla periferia di Milano. Foto del 12 ottobre 2020. ANSA/PAOLO SALMOIRAGO

Il nuovo Patto proposto dall’Ue per la gestione dei flussi migratori “penalizza sia l’Italia che i richiedenti asilo”. Ne sono certi gli attivisti di EuroMed Rights, organizzazione non governativa ‘ombrello’ che riunisce tante sigle europee della difesa dei diritti umani (Amnesty International, Human Rights Watch e Arci, per citarne alcune). Il rapporto si concentra sulle conseguenze che avrebbe per l’Italia il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo presentato dalla Commissione europea il 23 settembre e discusso questo pomeriggio dai ministri degli Interni dell’Ue. Dalla simulazione emerge che il Belpaese sarebbe tenuto a moltiplicare i centri di detenzione - a partire dagli insufficienti hotspot e centri di permanenza per il rimpatrio - di almeno 7,5 volte rispetto agli attuali posti a disposizione. Ma tenendo conto di un flusso migratorio come quello del 2016, la capacità dovrebbe aumentare di 50 volte, si legge nel rapporto.

Paese di primo ingresso e solidarità distorta

“Come Paese di primo ingresso, l’Italia dovrà sostenere la maggior parte dell’’onere’ dei richiedenti asilo che arrivano in Europa”, avvertono gli attivisti per i diritti umani. Questo perché “il principio del Paese di primo ingresso”, contenuto nel Regolamento di Dublino, “è stato mantenuto” e dunque “l’Italia dovrà prendersi carico della maggior parte dei richiedenti asilo che arriveranno nel suo territorio”. E dal momento che “il meccanismo di solidarietà permette anche agli Stati membri di prediligere alternative differenti al ricollocamento”, gli altri Paesi Ue non avranno alcun incentivo a preferire il ricollocamento “rispetto alla sponsorizzazione dei rimpatri o altre forme di ‘solidarietà’, come il supporto attraverso un contributo economico”, si legge nel documento che fa più volte riferimento a “un concetto di solidarietà distorto, perché viene concepito come solidarietà tra gli Stati membri piuttosto che solidarietà nei confronti di migranti e rifugiati”. Nell’analisi si stima inoltre che “il limite di tempo di 12 settimane per effettuare le procedure d’asilo alla frontiera” previsto nella proposta dell’esecutivo Ue “sia totalmente irrealistico, in un Paese dove attualmente la durata media della procedura è di due anni”. 

Forte pressione sui centri di detenzione

Analizzando la situazione odierna, si ricorda che “al 15 ottobre, il numero dei richiedenti asilo arrivati via mare era di 25.920 persone”. Usando i criteri stabiliti dalla Commissione europea, l’Italia si troverebbe a gestire scenari di “maggiore pressione” nei quali dalle 14.453 alle 16.289 persone “verrebbero detenute nello stesso momento, di fronte a una capienza di 2.307 posti tra hotpsot e Cpr (centri di permanenza per il rimpatrio)”. Se un sistema dello stesso tipo fosse stato in vigore nel 2016, quando “l’Italia ha registrato 181.436 arrivi via mare”, ben “141.329 richiedenti asilo sarebbero stati destinati alla procedura di asilo alla frontiera” con una pressione enorme sugli attuali centri di detenzione. “È chiaro - taglia corto EuroMed Rights - che l’Italia non sarebbe mai in grado di privare della libertà personale tutte queste persone, che ad ogni modo sarebbero ‘colpevoli’ solamente di aver fatto domanda di asilo, che rimane un diritto umano”.

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L'alternativa tramite le vie legali

Ma quale sarebbe l’alternativa? “Le vie legali d’accesso sono l’opzione migliore”, si legge nel documento. EuroMed Rights fa notare che al momento “i lavoratori stranieri contribuiscono al 9,5% del Pil italiano e si stima che gli attuali 600.000 immigrati irregolari in Italia potrebbero contribuire fino a 2,6 miliardi di euro all’anno”. “Il progetto dei corridoi umanitari, le quote di reinsediamento e i sistemi di sponsorizzazione all’interno delle comunità dovrebbero essere incrementati per permettere alle persone bisognose di protezione di usufruire del diritto di richiedere asilo e di venire in Italia in sicurezza, senza sofferenze infinite e rischi per le loro vite”, conclude il rapporto.

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