Compreremo più made in Italy "grazie" al Covid. Ma tedeschi e spagnoli saranno più "sovranisti" di noi

Secondo un'indagine condotta tra i 30 big della grande distribuzione in 6 Paesi europei, nei prossimi 12 mesi i supermercati punteranno maggiormente sugli approvvigionamenti dai produttori locali. In Italia, si prevede un surplus di 3 miliardi. Ma altrove la spesa a km0 potrebbe essere più alta. A danno del nostro export

Ogni italiano spenderà circa 57 euro in più per comprare i prodotti made in Italy e sostenere l'economia locale dinanzi alla crisi del Covid-19. Una cifra, però, più bassa di quelle che prevedono di spendere spagnoli, francesi e tedeschi a favore delle loro imprese nazionali. Senza contare gli svizzeri, che investiranno in prodotti del loro territorio ben 218 euro in più. È quanto emerge dal nuovo report della società di consulenza globale Alvarez&Marsal, svolto in collaborazione con Retail Economics, sulle 30 principali catene di distribuzione presenti in 6 Paesi europei (Italia, Francia, Inghilterra, Spagna, Germania e Svizzera). Il report si affida alle previsione della grande distribuzione e quindi degli orientamenti che verrano presi nei prossimi 12 mesi dai big del settore nell'approvvigionare i propri scaffali.

Più made in Italy negli scaffali

Gli esperti di Alvarez&Marsal prevedono che nel 2021 in Italia si venderanno fra i 2,5 e i 3,3 miliardi di euro di prodotti italiani in più. Nei 6 Paesi considerati, la cifra dei prodotti venduti all'interno dei confini nazionali dovrebbe ammontare a una forbice tra i 22 e i 30 miliardi in più. A livello pro capite, ogni cittadino di questi Stati spenderà per prodotti locali intorno ai 101 euro in più rispetto a quanto fatto finora.  La media italiana si ferma a 57 euro. 

La Svizzera è quella che dovrebbe vedere un maggiore utilizzo dei produttori locali, con 218 euro di spesa in più a testa. Segue la Germania con 125 euro, il Regno Unito con 78, la Spagna con 68 e la Francia con 65. L'Italia è fanalino di coda. Ribadiamo che qui non parliamo del comportamento di consumo degli italiani, ma della disponibilità di made in Italy che le catene di distribuzione prevedono di aggiungere nei loro canali di vendita a causa delle difficoltà riscontrate nelle importazioni, in particolare dall'Asia.

Covid spinge le filiere corte

“Dopo un iniziale momento di difficoltà, molti rivenditori si sono domandati come progettare catene di fornitura più intelligenti e più affidabili” ha detto all’agenzia Askanews Alberto Franzone, managing director di Alvarez&Marsal Italia. Le interruzioni dei traffici commerciali e le chiusure delle frontiere, nonostante le varie deroghe di salvaguardia degli scambi internazionali di merci, hanno convinto il 70% delle catene di distribuzione Ue a rivedere il proprio canale di approvvigionamento a favore delle filiere corte e privilegiando i fornitori nazionali. 

Troppa dipendenza da singoli fornitori

Tra i punti deboli del commercio di massa evidenziati dalla pandemia c’è senza dubbio l'eccessiva dipendenza da singoli fornitori e l'inadeguatezza di rotte di approvvigionamento da un unico Paese (spesso asiatico) per molte aziende. Di qui la scelta del 55% dei rivenditori che ha già iniziato a diversificare i fornitori, mentre il 46% prediligerà una politica di near-shoring e cioè di riavvicinamento delle fonti di approvvigionamento. 

I trend futuri

“Una prospettiva - commenta Franzone - interessante dal punto di vista delle ricadute su occupazione e prodotto interno ma che si scontra con numerose barriere che rischiano di incidere non poco sul valore finale del bene e quindi sul futuro equilibrio domanda-offerta”. “Laddove i margini di profitto lo consentano, pensiamo al lusso, ai prodotti per la casa e all'agroalimentare, la prospettiva di un maggiore approvvigionamento da fonti interne non solo è plausibile ma è l'indirizzo verso cui il mercato verosimilmente si muoverà”, dice Franzone.

Rischi e opportunità per l'Italia

Stando al report, le importazioni dall'estero dei 6 Paesi presi in considerazione diminuiranno nei prossimi 12 mesi del 3,6%. Non si tratta per forza di una buona notizia per la nostra economia: gli Stati considerati dall'indagine rappresentano, insieme agli Usa, i principali mercati di sbocco del nostro export. In totale, tra Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera e Spagna, abbiamo esportato beni tra il 2019 e il 2020 per un valore di 53 miliardi di euro, sottolinea l'indagine. Una stretta sulle importazioni da parte di questi mercati potrebbe colpire anche i nostri prodotti. E non è detto che i maggiori consumi interni di prodotti made in Italy compensino questo trend. Secondo il report, però, l'Italia potrebbe avvantaggiarsi dai nuovi accordi commerciali e dalla difesa dei prodotti a indicazione geografica (come quelli inseriti nella lista del recente accordo tra Ue e Cina) per allargare il suo export al di là dell'Europa.  

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