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Lunedì, 27 Giugno 2022
Diritti umani / Turchia

Chi è Osman Kavala, il filantropo condannato all’ergastolo in Turchia

Noto magate impegnato per i diritti delle minoranze nel suo Paese, è considerato un oppositore dal presidente Recep Tayyip Erdogan

Attivista per i diritti umani, difensore delle minoranze, oppositore del presidente Recep Tayyip Erdogan, Osman Kavala, sessantaquattrenne editore e filantropo è stato ocndannato all'ergastolo in Turchia, scatenando forti proteste in tutto il Paese e anche a livello iternazionale. L'uomo era già detenuto dall'ottobre 2017 nella prigione di alta sicurezza di Silivri alla periferia di Istanbul, nonostante i ripetuti appelli per il suo rilascio. Era stato inizialmente perseguito per aver sostenuto le proteste nel 2013, conosciute come il movimento Gezi, contro il governo dell'allora primo ministro Erdogan.

Da allora, ricorda l’Ap, le accuse nei suoi confronti si sono accumulate, compresa quella di aver tentato di rovesciare il governo nel colpo di Stato del luglio 2016. Nel corso degli anni, la stampa filogovernativa lo ha soprannominato "il miliardario rosso", paragonandolo al ricco uomo d'affari americano di origine ungherese George Soros. Lo stesso presidente Erdogan lo ha ripetutamente accusato di essere il "rappresentante di Soros in Turchia" e di "finanziare i terroristi", senza mai fornire prove. Nato nel 1957 a Parigi, Osman Kavala ha studiato economia all'Università di Manchester, Regno Unito, prima di rilevare l'azienda di famiglia dopo la morte del padre nel 1982.

Noto per il suo sostegno a progetti culturali come i diritti delle minoranze, la questione curda e la riconciliazione armeno-turca, ha gradualmente rivolto la sua attenzione all'editoria, all'arte e alla cultura, aprendo nel 1982 la casa editrice Iletisim, che è diventata una delle più prestigiose in Turchia. Permettere alla società turca di discutere di questioni difficili, tra cui il genocidio armeno, attraverso progetti culturali è una delle missioni di Anadolu Kültür, una fondazione che ha creato nel 2002.

Per ospitare mostre Kavala ha trasformato un ex magazzino di tabacco nel centro di Istanbul, che aveva ereditato, in un centro culturale ora chiamato Depo. Assolto nel febbraio 2020 per le proteste di Gezi - una decisione che è stata poi ribaltata - è stato arrestato poche ore dopo e incarcerato in un'altra indagine legata al tentativo di colpo di Stato del luglio 2016. "È l'ultima persona che potrebbe sostenere un golpe”, ha detto Asena Günal, il direttore di Anadolu Kültür. "È spaventoso vederlo preso di mira in un gioco politico incomprensibile", ha detto Emma Sinclair-Webb della Ong Human Rights Watch.

A febbraio, la Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) aveva avviato una "procedura per inadempimento" contro la Turchia, una rara decisione che potrebbe portare a possibili sanzioni contro Ankara nel caso il cui Kavala non venga rilasciato rapidamente. Il mese scorso però i procuratori hanno chiesto che fosse condannato all'ergastolo senza possibilità di rilascio anticipato.

L'uomo ha ieri definito un "assassinio giudiziario" quello che sta subendo, parlando prima che i giudici si ritirassero per deliberare. Venerdì, aveva già detto: "L'aver passato quattro anni e mezzo della mia vita in prigione non potrà mai essere compensato. L'unica cosa che mi può consolare è di aver contribuito a rivelare i gravi errori della giustizia turca". La procedura in corso può condurre alla sospensione del diritto di voto o addirittura della appartenenza della Turchia al blocco dei 47 Paesi firmatari della Convenzione europea per i diritti dell'uomo: un rischio concreto, alla luce delle reazioni che la sentenza ha sollevato non solo in Turchia, ma anche in Europa.

Il processo a Kavala era atteso come un vero e proprio test sull'indipendenza del sistema giudiziario turco. Gli avvocati della Difesa hanno sottolineato che non solo il caso Kavala vede Erdogan parte civile, ma uno dei giudici della corte è stato membro del parlamento nel 2018, eletto proprio nella fila dell'Akp del presidente ed è rimasto al suo posto nonostante la richiesta di ricusazione da parte della difesa. Eppure, Ankara insiste nell'affermare l'indipendenza del proprio sistema giudiziario e ha ritenuto non vincolante la decisione della corte con sede a Strasburgo, che aveva accolto le richieste degli avvocati del filantropo e decretato l’illegittimità della misura detentiva.

In seguito alla sua condanna, si legge sul quotidiano BirGun, organizzazioni non governative e sindacati hanno organizzato manifestazioni di protesta per chiedere il rilascio dell'attivista. Secondo il giornale sono state organizzate iniziative in 16 province turche, tra cui Istanbul, la capitale Ankara e Smirne, la terza città più grande del Paese.

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