Orban lascia i piani poteri. Opposizione: "Democrazia indebolita con la scusa del Covid"

L'Ungheria esce dallo stato di emergenza che aveva esautorato il ruolo del Parlamento. Nei mesi di lotta alla pandemia, la legge contro le “notizie allarmiste” ha permesso l'arresto di chi criticava Budapest

Il parlamento ungherese ha chiesto di porre fine allo stato di emergenza deciso nel contesto del coronavirus. Revocando la controversa legge che conferiva poteri straordinari al Governo guidato da Viktor Orban, i legislatori magiari hanno riassunto - almeno per il momento - il controllo dei poteri parlamentari, ma senza escludere la possibilità di un ritorno all’accentramento nelle mani dell’esecutivo. L’assemblea lascia infatti al Governo la possibilità di dichiarare un'altra emergenza nazionale, con tutti i poteri straordinari che ne conseguono.

Le ragioni del Governo

Lo stesso Orban, che ha imposto in anticipo sugli altri Paesi vicini misure di distanziamento sociale per arrestare la diffusione del coronavirus, ha affermato che l’amministrazione politica a colpi di decreti gli ha permesso di rispondere rapidamente e con efficacia alla crisi sanitaria. Secondo le stime ufficiali, l’Ungheria ha riportato poco più di 4mila infezioni e 565 decessi per Covid-19. Gli uomini vicini al leader magiaro hanno sostenuto per mesi che lo stato di emergenza non conferisse al Governo ungherese alcun potere straordinario aggiuntivo rispetto alle leggi di altri Paesi europei. Ma esaminando i decreti approvati durante i mesi di lotta alla pandemia emerge un quadro differente e senza dubbio in contrasto coi principi europei. 

La repressione del dissenso

Márta Pardavi, copresidente del Comitato ungherese di Helsinki, ha sostenuto che il Governo ungherese ha usato i suoi poteri straordinari per adottare oltre 120 misure di emergenza, di cui “un ampio numero che non aveva nulla a che fare con le misure di prevenzione legate al Covid, ma sono state utilizzate per indebolire i principi democratici”. Lo stato d’emergenza ha consentito alle autorità ungheresi di infliggere pene carcerarie da 1 a 5 anni per la diffusione di “notizie allarmiste”. Un’accusa mossa, ad esempio, nei confronti del politico di opposizione János Csóka-Szucs, membro del movimento liberale di Momentum. In un pomeriggio di metà maggio, Szucs è stato prelevato dalla polizia per aver scritto un post su Facebook riguardante i letti ospedalieri liberati per ordine del Governo, con dimissioni forzate di pazienti ancora in pericolo. Il politico venne poi rilasciato ma dichiarò ai media locali che l'ultima volta che la polizia lo aveva trattato in questo modo fu nel 1987, per aver partecipato a una manifestazione non consentita dalle autorità comuniste.

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L'intervento del Parlamento europeo

Gli attivisti per i diritti umani oggi affermano che il disegno di legge che pone fine allo stato di emergenza in Ungheria rende ancora più facile per il Governo comandare per decreto e erodere quel che rimane dello Stato di diritto nel Paese finito più volte nel mirino del Parlamento europeo per il mancato rispetto dei diritti civili e delle libertà di partecipazione democratica. L’ultimo richiamo in ordine di tempo è arrivato ad aprile, quando l’Eurocamera ha approvato una risoluzione secondo la quale le misure dell'Ungheria erano “totalmente incompatibili con i valori europei”. Gli oppositori di Orban sostengono, infine, che lo stato di emergenza ha limitato anche gli strumenti controllo e il dovere di trasparenza del Governo nell’esercizio delle sue prerogative. Alcune di queste riforme rimarranno inalterate, poiché confermate dal Parlamento, dove il partito Fidesz mantiene la maggioranza.

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