"Niente aiuti Ue senza riforme su pensioni e lavoro": l'Olanda vuole il potere di veto sul Recovery fund

Il premier Rutte tiene alta la bandiera dei "frugali" e, secondo Palazzo Chigi, non si accontenta del taglio di 50 miliardi alle sovvenzioni a fondo perduto avanzato dal Consiglio Ue rispetto alla proposta della Commissione

Non solo meno "grant" all'interno del Recovery fund, ossia meno aiuti a fondo perduto rispetto alla proposta della Commissione. Ma anche, se non soprattutto, impegni precisi e vincolanti sulle riforme, a partire dalle pensioni e dal mercato del lavoro. E' quanto chiede l'Olanda per mettere la sua firma sull'accordo che i 27 Paesi membri dell'Ue stanno cercando di raggiungere a Bruxelles. Una richiesta che vede la netta opposizione dell'Italia, che invece ha proposto un meccanismo di supervisione sulla spesa dei singoli Stati ritenuto più blando dai frugali.

Come nelle attese, è toccato dunque al premier olandese Mark Rutte fare la parte del cattivo. Dal suo punto di vista, la grande concessione dei Paesi bassi è quella di accettare aiuti a fondo perduto (ossia trasferimenti dalle casse dei Paesi più ricchi a quelle degli Stati più colpiti dalla crisi). Germania e Francia avevano proposto 500 miliardi, la Commissione Ue aveva aggiunto 250 miliardi (ma di prestiti), i frugali (Olanda, Austria, Danimarca e Svezia) avevano ammonito che avrebbero accettato solo aiuti sotto forma di prestiti. Dopo un giorno e mezzo di trattative, la proposta di compromesso avanzata dal belga Charlse Michel, presidente del Consiglio Ue, ossia l'organo che riunisce i governi dei 27, prevede diverse concessioni ai frugali.

Innanzitutto, una sforbiciata di 50 miliardi di euro alle sovvenzioni a fondo perduto, compensato da un uguale aumento dei prestiti. Il totale, dunque, è sempre 750 miliardi, ma con un ruolo più preponderante dei prestiti, come chiedevano Olanda&co. Un'altra modifica importante, spiega Lorenzo Consoli su Askanews, è quella che va incontro alle esigenze di tre dei quattro "frugali" (Austria, Svezia, Danimarca), ossia l'aumento di 100 milioni di euro (per sette anni) dei loro "rebate", gli "sconti" sulle contribuzioni nazionali al bilancio comunitario. C'è poi un'altra piccola concessione ai Paesi bassi, ossia il mantenimento al 20% (anziché riduzione al 10% come proponeva la Commissione) della trattenuta sui dazi alle importazioni riscossi per conto dell'Unione doganale, come costo di raccolta: una mossa che favorisce i grandi porti commerciali olandesi (Rotterdam è il più grande d'Europa).

"Un'altra concessione all'Olanda, ma con una formulazione che mira a renderla più accettabile per gli altri Paesi e per la Commissione - scrive sempre Askanews - è quella del 'super freno di emergenza' riguardante la 'governance' dei piani nazionali di spesa dei fondi Ue del Recovery plan". In sostanza, si dà la possibilità a un solo Stato di bloccare l'erogazione degli aiuti Ue a un altro Stato membro. Non si tratterebbe di un vero e proprio veto, perché per bloccare in via definitiva l'erogazione ci vorrebbe una maggioranza qualificata (Italia, Spagna e Francia troverebbero facilmente il modo di aggirare l'ostacolo). Ma secondo i piani di Michel, con questo meccanismo, l'Olanda potrebbe dire di avere ottenuto il potere di supervisionare come vengono "spesi i fondi dei contribienti olandesi", per usare le parole dello stesso Rutte, mentre l'Italia avrebbe comunque le mani libere di utilizzare le risorse senza rischiare clamorose bocciature. 

E' su questo punto che, per il momento, si sta conducendo la battaglia tra L'Aja e Roma, almeno a mezzo stampa. Secondo Palazzo Chigi, infatti, Rutte non si sarebbe accontentato delle concessioni della proposta di Michel e avrebbe chiesto che i piani nazionali di spesa siano approvati all'unanimità dal Consiglio degli Stati membri (cosa diversa da cercare di bloccarli in seconda battuta dopo il primo ok di Bruxelles). "Per l'Italia è una richiesta inaccettabile", spiegano fonti italiane.

Secondo El Pais, "Rutte sembra rassegnato al fatto che gran parte di questo fondo vienga utilizzato per sovvenzioni" a fondo perduto. Ma in cambio, "richiede 'garanzie assolute' sulle riforme che i Paesi beneficiari intraprenderanno in cambio dell'aiuto multimilionario. E tra questi, cita espressamente le pensioni e il mercato del lavoro". 

Il riferimento è chiaramente a Italia e Spagna, i due Paesi Ue più colpiti dalla pandemia e quelli a cui dovrebbe arrivare la gran parte delle risorse del Recovery fund. Roma e Madrid, chiaramente, non ci stanno a dare l'ok a meccanismi di supervisione che in patria verrebbero letti come un piegarsi ai falchi dell'austerity e una cessione di sovranità. 

Ecco perché Conte avrebbe sollevato in Consiglio un tema molto spinoso per i Paesi bassi, quello riguardante le concessioni fiscali accordate da L'Aja alle multinazionali, concessioni che, secondo il governo e diversi economisti, si traducono in perdite miliardarie per le casse degli altri Stati membri.  "L'Italia ha deciso di affrontare, di sua iniziativa, un percorso di riforme che le consentano di correre ma pretenderà una seria politica fiscale comune, in modo da affrontare una volta per tutte surplus commerciali e dumping fiscali, per competere ad armi pari", avrebbe detto Conte, a quanto riferiscono fonti italiane.

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