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Venerdì, 21 Giugno 2024
Piena crisi / Francia

Cosa c'è davvero dietro la guerra civile in Nuova Caledonia, nuovo "incubo" di Macron

L'arcipelago francese nel Pacifico è ricco di nichel, ma gli investitori fuggono a causa di costi troppo alti. Gran parte della popolazione indigena lavora in questo settore, ma con salari bassissimi

Cinque persone morte e la Nova Caledonia sull'orlo della guerra civile. Non si allentano le tensioni nell'arcipelago del Sud del Pacifico che fa capo alla Francia. Esplosa con veemenza all'inizio di questa settimana, la situazione peggiora e il governo transalpino ha annunciato che invierà mille agenti delle forze di sicurezza allo scopo di far tornare l'ordine nel territorio d'oltremare. Le immagini provenienti da Nouméa, capitale e isola principale dell'arcipelago, richiamano scenari di guerra. Oltre a controversie di natura "etnica" e coloniale, sollevate dalla controversa riforma costituzionale sull'elettorato, le isole sono scosse da una crisi economica connessa al settore del nichel. La presenza massiccia del prezioso minerale avrebbe dovuto arricchire la Nuova Caledonia, trattandosi di una componente essenziale della transizione energetica in corso. Ma gli investitori sono in fuga e la disoccupazione sta toccando larga parte della popolazione indigena. Altro elemento da evidenziare: le accuse da parte di Parigi nei confronti dell'Azerbaijan di stare contribuendo alla destabilizzazione dell'arcipelago. 

Investitori spariti

Con quasi il 30% delle riserve mondiali di nichel, la Nuova Caledonia sembrava destinata ad un'economia ricca sorretta da una fiorente industria mineraria. Il materiale risulta essenziale per la produzione dell'acciaio inossidabile e delle batterie per i veicoli elettrici. Veniva considerata quindi un territorio appetitoso per tutta l'Europa, che insegue affannosamente la Cina nella necessità di assicurarsi materie prime essenziali per la svolta elettrica. Le attese non hanno però corrisposto alla realtà: la produzione di nichel è crollata e gli investitori, sia nazionali che stranieri come la svizzera Glencore e la francese Eramet, stanno mettendo in atto piani di uscita dall'arcipelago. Il motivo: il settore lamenta di soffrire delle restrizioni all'esportazione imposte delle autorità della Nuova Caledonia. A questo vanno aggiunti gli elevati costi energetici, che rendono il nichel molto più costoso e quindi meno redditizio rispetto a quello prodotto in Indonesia o in altri Paesi asiatici. Nonostante da Parigi siano arrivati sussidi al settore per centinaia di milioni di euro, il crollo è stato inarrestabile: la produzione è calata del 32% nel primo trimestre di quest'anno rispetto allo stesso periodo del 2023. Dalla catastrofe economica a quella socio-politica il passo è stato breve. 

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La riforma elettorale avversata dagli indigeni

Le violente proteste sono scoppiate dopo una proposta di riforma costituzionale, sostenuta dai legislatori francesi di vari schieramenti, volta ad aumentare il numero di cittadini non indigeni autorizzati a votare alle elezioni del Congresso, cioè l'organo legislativo locale. Se passasse, basterebbe aver avuto la residenza per almeno dieci anni in Nuova Caledonia per poter partecipare alle elezioni. Una riforma sgraditissima alla popolazione indigena, nota come Kanak, (che rappresenta circa il 40% dei residenti sull'isola). Da qui scontri, auto incendiante e attacchi violenti contro le forze dell'ordine. "La proposta riapertura del corpo elettorale non è altro che un ritorno alla strategia del colonialismo di insediamento", ha dichiarato Robert Xowie, un senatore pro-indipendenza Kanak, rivolgendosi al ministro dell'Interno Gérald Darmanin durante un periodo di interrogazioni di marzo al Senato francese.

L'incubo di Macron

La Nuova Caledonia sta diventando il nuovo "incubo" del presidente Emmanuel Macron, dopo le proteste degli anni passati contro la riforma delle pensioni e gli scontri violenti del 2023 avvenuti in numerose cittadine francesi a seguito della morte di Nahel M., ucciso da un poliziotto. Stavolta il rischio è quello di perdere il controllo sul "sassolino", come viene chiamata la Nuova Caledonia, a causa dell'insofferenza della popolazione e delle pressioni separatiste. Una dose elevata di preoccupazione deriva anche dalla presenza sull'arcipelago di circa 64mila armi da fuoco, una ogni quattro abitanti, secondo quanto riferito dai media locali. Il capo dell'Eliseo ha già annullato diversi eventi ufficiali per tenere riunioni rispetto alla grave crisi in corso, dichiarando lo stato di emergenza e conferendo maggiori poteri all'esecutivo per tenere sotto controllo il territorio in tumulto.

"La situazione resta molto tesa", ha ammesso il 16 maggio il primo ministro francese Gabriel Attal, mentre il rappresentante locale dello Stato francese aveva affermato che una "guerra civile" era imminente. Il timore di Macron è che possano ripetersi eventi analoghi a quelli avvenuti in Nuova Caledonia negli anni '80, quando la situazione precipitò con l'uccisione di due gendarmi, il rapimento di altri due e l'uccisione di 19 membri del Fronte Kanak e Socialista di Liberazione Nazionale (Flnks). Gli accordi che ne seguirono riconobbero i Kanak come popolazione indigena della Nuova Caledonia, avviando un processo verso l'autodeterminazione. 

Le accuse contro l'Azerbaigian

Parigi ha attribuito parte della responsabilità all'influsso di potenze straniere. Tra i rapporti poco graditi all'Eliseo ci sono quelli maturati tra le forze indipendentiste e la Cina.  Il governo transalpino si è però scagliato in particolare contro l'Azerbaigian, accusandolo di sostenere apertamente i separatisti  e di aver fondato un'alleanza che unisce 14 movimenti politici nell'ex impero francese in nome della decolonizzazione. Baku ha respinto l'accusa, ma è vero che tra i separatisti scesi in strada sono state sventolate bandiere dell'Azerbaigian. La crisi economica e le disparità frutto del periodo coloniale restano comunque le componenti più significative degli scontri in corso. 

Salari più bassi per gli indigeni

In base ad un censimento del 2019, il 41,2% della popolazione della Nuova Caledonia si identifica come Kanak e il 24,1% come "europea". Sono però i cittadini indigeni quelli costretti ad affrontare le difficoltà socioeconomiche più significative. È tra i Kanak più poveri, che percepiscono salari più bassi rispetto ai concittadini europei, che il malcontento è montato fino ad esplodere. Le prime agitazioni risalgono al 2023, a seguito dell'annuncio da parte del governo francese dell'imminente chiusura delle tre principali fabbriche di lavorazione del nichel, che aumenterebbe del 50% il numero di disoccupati sull'isola.

I Kanak al tempo stesso hanno criticato e bloccato anche il "patto sul nichel", il piano di sussidi pari a circa 200 milioni di euro, investiti per ridurre i prezzi dell'energia e agevolare quindi l'operato degli investitori. Il movimento indipendentista lo ha classificato come un "patto coloniale" capace di attribuire a Parigi troppo potere rispetto alle autorità locali. Quello della Nuova Caledonia non è il primo grattacapo per Macron proveniente dai territori d'oltremare. Sin dal 2021 in alcune ex colonie, come la Martinica e Guadalupe, hanno iniziato a propagarsi proteste e insurrezioni. Il capo dell'Eliseo ha deciso in quel caso di scendere a patti con i rivoltosi, ma è in dubbio se la stessa strategia funzionerà con i kanak della Nuova Caledonia. E mentre le "periferie dell'Impero" iniziano a voltare le spalle alla Torre Eiffel, Cina e Stati Uniti attendono con curiosità gli sviluppi per trarne vantaggio.  



 

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