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Mercoledì, 5 Ottobre 2022
L'intervento

La "minaccia" di von der Leyen all'Italia e a Meloni (che non piace soprattutto a Salvini)

La presidente della Commissione Ue ha fatto intendere che se Roma seguirà gli esempi di Polonia e Ungheria, userà i suoi "strumenti" per reagire. Quali sono e qual è la posta in palio

"Vedremo il risultato delle elezioni in Italia, ma se le cose andranno in una situazione difficile, come nel caso di Polonia e Ungheria, abbiamo gli strumenti". Con queste parole, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha risposto agli studenti dell'Università statunitense di Princeton che le chiedevano un commento sulle imminenti elezioni nel Belpaese e la probabile affermazione del blocco di centrodestra guidato da Giorgia Meloni, alleata di ferro del governo di Varsavia e vicina al leader ungherese Viktor Orban.

Salvini accusa di bullismo Ursula Von der Leyen

Parole che alle nostre latitudini sono state lette come una minaccia da parte di Bruxelles, e la prova che i vertici Ue stanno guardando con apprensione a quanto accadrà dopo il voto italiano. Il giorno dopo l’incidente, il portavoce di von der Leyen, Eric Mamer, ha negato le accuse sostenendo che dalla risposta della presidente emergerebbe in modo “assolutamente chiaro” che von der Leyen “non è intervenuta nelle elezioni italiane”. “Il riferimento fatto agli strumenti riguardava specificamente le procedure in corso in altri Paesi dell'Unione europea e al ruolo della Commissione di guardiana dei Trattati e dello Stato di diritto”, ha aggiunto il portavoce nel tentativo di chiudere il caso. Ma come stanno realmente le cose?

Gli strumenti di Bruxelles

Già nei giorni scorsi, sollecitato dai giornalisti, il commissario Ue alla Giustizia, Didier Reynders aveva spiegato che in caso di un eventuale braccio di ferro sullo stato di diritto, come quelli in corso da tempo con Polonia e Ungheria, Bruxelles avrebbe adottato gli stessi strumenti che sta utilizzando con questi due governi, ossia il meccanismo che consente di congelare i fondi Ue a chi viola i principi democratici sanciti dai trattati comunitari. In realtà, non è che tale strumento sia stato utilizzato in modo tempestivo e affondando il coltello: la Commissione ha finora solo ritardato l'erogazione dei fondi, prima quelli del Pnrr per Varsavia, e ora quelli strutturali per Budapest, ma senza alcun taglio. Lo stesso potrebbe fare con l'Italia, ma su che base?

Il meccanismo sullo stato di diritto è stato spolverato con Polonia e Ungheria essenzialmente per via delle riforme della giustizia (Varsavia) e dei controlli nella spesa dei fondi europei (Budapest). Il centrodestra italiano, all'epoca dei governi Berlusconi, ha già avuto problemi di questo tipo con Bruxelles. Ma i tempi sono cambiati, e il prossimo esecutivo italiano avrà essenzialmente due sfide: le riforme collegate al Pnrr (anche sulla giustizia) e il futuro del Patto di stabilità. Più che il meccanismo sullo stato di diritto, in gioco ci sono le condizionalità del Recovery fund e gli oramai classici tira e molla su conti pubblici e manovre di bilancio. Von der Leyen, nel suo intervento a Princeton, ha assicurato che il suo "approccio è che noi lavoriamo con qualunque governo democratico sia disposto a lavorare con noi". Dunque, nessun pregiudizio, ma un invito alla collaborazione, anziché al muro contro muro.  

La nuova Visegrad?

Von der Leyen professa tranquillità, ma l'affermazione di Meloni alla guida di una coalizione di centrodestra dove i moderati, ossia i forzisti, sono in minoranza non è senza preoccupazioni. "Quello di Meloni non sarebbe il primo governo euroscettico in Italia, ma sarebbe il primo con appoggio politico in altre capitali dell'Ue", ha scritto Politico. La leader di Fratelli d'Italia ha saputo ritagliarsi un ruolo primario nel partito dei conservatori europei, l'Ecr, fondato dai Tories britannici e ora in mano al Pis polacco, la forza che guida il governo di Varsavia. Inoltre, nelle fila dell'Ecr ci sono anche i Democratici svedesi, da poco diventati il primo partito per preferenze del nuovo governo di centrodestra a Stoccolma. Senza dimenticare Vox in Spagna, partito citato non a caso da Meloni in questi giorni, i cui consensi in terra iberica sono in crescita, al punto da far presagire possibili alleanze coni moderati del Pp. 

L'avanzata della nuova destra europea

Un'alleanza al Consiglio tra Polonia, Italia, Svezia e, nel prossimo futuro, Spagna potrebbe di fatto creare un blocco di potere capace di determinare le scelte politiche dell'Ue. Tanto più se al club si dovesse unire l'Ungheria. Un tempo c'era Visegrad, l'alleanza tra Varsavia e Budapest con le "piccole" Slovacchia e Repubblica ceca, che per il momento è congelata dalle divisioni tra questi Paesi sulla Russia. Ma differenza di Visegrad, il blocco inedito tra Stati del Sud, dell'Est e del Nord dell'Europa avrebbe un effetto dirompente negli equilibri politici dell'Ue. Nel maggio 2024, poi, si voterà per eleggere i deputati del Parlamento europeo, e l'Ecr, con i sovranisti di Salvini e Marine Le Pen, potrebbe avere i numeri per determinare il nuovo leader della Commissione europea, un posto al quale von der Leyen non vorrebbe rinunciare. 

O il nuovo centrodestra?

L'avanzata dei conservatori, però, non è detto che sia un cattiva notizia per la stessa von der Leyen: l'ex ministra tedesca della Difesa fa parte del Ppe, il partito popolare europeo, da sempre l'asse portante delle alleanze di governo a Bruxelles, che attualmente vedono una "maggioranza Ursula" composta da popolari, socialdemocratici e liberali di Macron. E i contatti tra Ppe e Ecr sono da tempo in fase avanzata: i due gruppi parlamentari hanno già collaborato su dossier importanti a Strasburgo, soprattutto quando, sui temi del Green deal, i popolari hanno trovato nei conservatori validi alleati per equilibrare le richieste degli ecologisti e di pezzi del centrosinistra con le istanze dell'industria. Inoltre, nel pieno della crisi ucraina ed energetica, la Polonia è stata la più fiera sostenitrice delle sanzioni anti-Putin, mentre i Democratici svedesi hanno salutato l'avvio della procedura di ingresso nella Nato di Stoccolma come un successo.

Il terreno comune su cui moderati e conservatori europei potrebbero costruire un'alleanza c'è. Il leader del Ppe, Manfred Weber, si dice che nel suo viaggio a Roma abbia voluto incontrare Meloni. Così come fonti vicine alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, anche lei esponente di punta del Ppe, assicurano che i rapporti con la leader di Fratelli d'Italia siano ottimi. Tra i "pontieri" potrebbe esserci anche Raffaele Fitto, ex ministro berlusconiano, passato dal Ppe all'Ecr quanto FdI era un piccolo partito senza rappresentanza in Europa. E divenuto in pochi anni il co-presidente del gruppo parlamentare dei conservatori.

Questi buoni rapporti potrebbero diventare ancora migliori, ma molto dipenderà anche da cosa deciderà di fare Meloni: se guardare ai moderati, o ai sovranisti della Lega e a Viktor Orban. Nel primo caso, il suo governo potrebbe trovare una strada per negoziare a Bruxelles senza giungere a drammatici bracci di ferro (rischiosi, come si è visto in passato, per gli effetti che hanno sul nostro debito pubblico, ossia sui rendimenti dei titoli di Stato). Nel secondo caso, la Commissione di von der Leyen potrebbe tirare fuori i suoi "strumenti". Forse, sta proprio qui il messaggio a Roma dietro le dichiarazioni della leader tedesca sull'Italia. Ed è forse proprio per questo che la reazione più forte alle nostre latitudini è arrivata dalla Lega, che ha chiesto a von der Leyen di scusarsi. Salvini teme che alla lunga, le sirene di Bruxelles (e del Ppe) possano convincere Meloni a isolarlo. In Europa, come in Italia.  

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