Marzoug, il 'pescatore' di migranti: "Cerco di salvarli, per chi muore ho creato il cimitero degli ignoti"

Per anni ha vissuto di pesca, da dieci si dedica anche a salvare chi parte con i barconi dalla Libia. Per chi non ce la fa ha creato uno spazio per seppellirli: "La vita li ha rifiutati, non possiamo negar loro una degna sepoltura"

Chamseddine Marzoug a Strasburgo. Alberto D'Argenzio

Pescatore nella vita, dal 1987, e pescatore di uomini, donne e bambini da 10 anni a questa parte. Di quelli che naufragano, ma ce la fanno a resistere al mare e di quelli che, invece, vengono inghiottiti nel Mediterraneo e che lui raccoglie per seppellirli nel cimitero degli ignoti di Zarzis, nel sud della Tunisia, tra Djerba e il confine con la Libia. 

Oltre 400 corpi recuperati in 10 anni

Chamseddine Marzoug, 52 anni di timidezza, acqua salata e sole, è approdato oggi a Strasburgo per una conferenza stampa al Parlamento Ue e per una simulazione di quello che è diventata negli ultimi anni la sua vita quotidiana, la pesca di uomini. "In dieci anno ho raccolto oltre 400 corpi, 66 l'anno scorso e 6 quest'anno, ma è ora che inizia il periodo peggiore: in primavera ed estate il vento soffia da sud e spinge le barcacce verso la Tunisia, verso il nostro golfo e molte non ce la fanno". 

Mentre parla mostra la foto di un bambino raccolto in mare "che secondo il medico aveva 5 anni: cos'ha fatto di male? Qual è la sua colpa? Capisco le frontiere ma capisco meglio le persone, dobbiamo capire come affrontare al meglio il tema delle migrazioni, alcuni ce la fanno, altri no, ma noi dobbiamo capire perché lasciano il loro paese, lo fanno perché non hanno futuro, perché cercano una vita migliore".

"La Libia è un mercato del bestiame di uomini, donne e bambini" 

"In Libia - continua Marzoug con voce ferma - i nostri fratelli africani vengono torturati, violentati, acquistati e venduti, la Libia è un mercato del bestiame con uomini, donne e bambini venduti e comprati: l'intera Africa viene bistrattata in Libia. Una ragazza della Sierra Leone di 18 anni - racconta ancora - è riuscita a fuggire alle milizie in una zona che si chiama El Zeitun ed ha raccontato che non le davano nemmeno di mangiare, doveva accontentarsi dei resti che i suoi stupratori le davano attraverso la finestra della cella, è incinta di 6 mesi ed è dovuta salire su un gommone per arrivare in Tunisia. Quando una ragazza ti racconta qualcosa del genere, capiamo che la questione riguarda il mondo intero, non c'è equità al mondo ma il mondo deve dare risposte, perché noi non ce la facciamo più a raccogliere cadaveri in mare".

I salvataggi: "Facciamo il lavoro della Guardia Costiera"

Dieci anni fa Marzoug, pescatore da sempre, ha iniziato a incontrare nelle sue battute in mare imbarcazioni piene di migranti, ha organizzato gli altri pescatori di Zarzis e da allora partecipa ai salvataggi, un trend che ha toccato il picco nel 2016. "Abbiamo avuto molto casi e non avevamo esperienza, ci sono stati incidenti, bastava uscire e c'erano battelli con migranti, li prendevamo e rientrevamo in porto", racconta i suoi primi anni come pescatore d'uomini, "ci siamo organizzati, abbiamo contattato la Guardia Costiera, ma il lavoro di salvataggio siamo noi a farlo soprattutto quando sono impegnati in altre missioni o quando per loro il mare è troppo grosso".

Dieci anni di meno lavoro e di vita a contatto con chi scappa dall'Africa e in particolare dalla Libia. "Diamo loro da mangiare i prodotti della pesca e loro ci danno una mano, abbiamo bisogno di braccia, la nostra situazione economica è pessima, salvavamo gente e non potevamo lavorare". E poi ci sono i libici: "in teoria c'è un accordo che ci permette di spingerci fino a 120 miglia dalla costa, ma la Guardia Costiera libica e le milizie ci rendono la vita impossibile, non vogliono che interveniamo e quando ci intercettano le milizie ci prendono in ostaggio chiedendoci 50 mila euro, che sono 5 anni di lavoro per noi, una fortuna".

Marzoug ha collaborato come volontario con diverse Ong, tra cui ProActiva Open Arms, l'organizzazione spagnola la cui barca è stata bloccata dal pm di Catania Zuccaro e quindi rilasciata dalla procura di Ragusa, ma il suo lavoro non finisce in mare, continua a terra con chi non ce la fa, nel cimitero degli ignoti. 

La sepoltura: "Non mi interessano le religioni, ma l'essere umano"

A Strasburgo ha mostrato quello che fa a Zarzis e per farlo ha scelto un pupazzo di un bambino, come quello di 5 anni della foto. Raccoglie i corpi, li lava secondo la tradizione tunisina e sempre secondo la stessa tradizione lega loro le caviglie ed i polsi. Quindi scrive su un cartoncino che lega alle caviglie la data ed un numero, stessi dati che annota in un registro. "Lo faccio nel caso qualcuno venga a reclamare il corpo, ma è successo solo una volta, per un camerunese, i suoi familiari hanno saputo del naufragio del suo barcone e del cimitero degli sconosciuti e sono venuti a Zarzis per cercarlo".

Solo in un caso su 400 è riuscito a indicare sul cartoncino anche il nome, "si chiamava Raphael, l'ho saputo perché sua sorella è riuscita a salvarsi". Poi Marzoug scava una buca e deposita il corpo avvolto in un lenzuolo nella terra. Il rito non importa: "non mi interessano le religioni, per me l'essenziale è l'essere umano, non guardo la pelle, il sesso, la religione, pulisco i loro corpi e li seppellisco". 

"Se raccogliessi corpi di bianchi, tutti si preoccuperebbero"

Marzoug non guarda la pelle, ma è uno dei pochi. "Se pescassi in mare il corpo di un bianco allora sarebbe un'altra storia, avremmo tutti i media e le autorità tunisine preoccupate per la morte di un turista, ma visto che sono corpi di neri, nessuno si preoccupa per loro, il medico registra la morte, indica l'età presunta ed il sesso e finisce lì, ma  il colore della loro pelle li condanna all'anonimato anche nella morte". 

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Ora il suo più grande problema è che il cimitero degli ignoti è saturo, "il mio sogno - spiega ancora Marzoug - è avere un nuovo cimitero grande per dare una sepoltura rispettuosa a tutti, è un sogno non per me, ma per loro. Erano infelici nel loro paese, erano trattati da schiavi in Libia e sono affogati: la vita li ha rifiutati, noi non possiamo rifiutarli negando loro una sepoltura degna". E questo piccolo pescatore di Zarzis chiede un minuto di silenzio

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