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Venerdì, 21 Giugno 2024
Il caso / Israele

Perché il mandato di arresto contro Netanyahu è una buona notizia per il premier di Israele

Dopo l'annuncio del procuratore capo della Cpi, il leader di Tel Aviv ha ricevuto il supporto dei suoi più forti oppositori in Patria e dei suoi principali alleati internazionali. Mettendo in secondo piano le crescenti polemiche interne ed esterne per la sua gestione della guerra nella Stricia

Sulla carta, essere condannati dalla Corte penale internazionale (Cpi) per crimini di guerra e contro l'umanità dovrebbe essere fonte di estrema preoccupazione e, se si è alla guida di un Paese, un buon motivo per rassegnare le dimissioni. Almeno in una democrazia. Ma la richiesta del procuratore capo della Cpi di emettere un mandato d'arresto per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e per il suo ministro della Difesa, Yoav Gallant, sembra aver sortito l'effetto opposto, rafforzando la posizione del leader di Tel Aviv sia nella politica interna, sia nei rapporti con i suoi alleati più stretti, a partire dagli Stati Uniti. Proprio in un momento, tra l'altro, in cui la poltrona di Netanyahu aveva cominciato a traballare pericolosamente. 

Un colpo al cerchio, e uno alla botte

La decisione salomonica del procuratore capo della Cpi Karim Khan di emettere lo stesso mandato per i tre leader di Hamas (Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Ismail Haniyeh) ha sollevato indignazione e proteste anche tra i più critici oppositori del premier israeliano. Il parallelismo tra un primo ministro eletto democraticamente e un'organizzazione terroristica è stata letta a Tel Aviv come un affronto a tutta Israele, non solo a Netanyahu. "I mandati di arresto della Corte penale internazionale sono un completo fallimento morale. Non possiamo accettare il paragone oltraggioso tra Netanyahu e Sinwar, tra i leader di Israele e i leader di Hamas", ha scritto il leader dell'opposizione Yair Lapid, uno dei principali avversari politici del premier.

La richiesta di arresto di Netanyahu divide l'Europa

Come dicevamo, la poltrona di Netanyahu aveva cominciato a traballare nelle ultime settimane: prima le proteste sempre più forti dei famigliari degli ostaggi ancora detenuti da Hamas a Gaza, infuriati per l'indisponibilità del governo di scendere a patti con l'organizzazione terroristica per concordare il loro rilascio. Poi, le pressioni internazionali, anche dei più fedeli alleati, dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden al premier britannico Rishi Sunak, affinché Netanyahu rimandi i suoi propositi di un'offensiva a Rafah che potrebbe aumentare ancora di più il pesante bilancio di vittime civili (e innocenti) tra i palestinesi. Infine, l'affondo di un peso massimo della politica israeliana, il generale in pensione Benny Gantz, sui piani di Netanyahu per la gestione della Striscia all'indomani della guerra.

Netanyahu più forte?

Poco dopo la notizia della richiesta della Cpi, Gantz si è scagliato pubblicamente contro i "parallelismi tra i leader di un Paese democratico determinato a difendersi dal terrore spregevole e i leader di un'organizzazione terroristica assetata di sangue", ossia Hamas, definendo tali parallelismi una "profonda distorsione della giustizia". Anche i parenti degli ostaggi hanno condannato i mandati di arresto per Netanyahu e Gallant. E lo stesso ha fatto Biden, tacciando come "oltraggiose" le accuse del procuratore Khan. 

Il risultato, secondo la maggior parte degli esperti, è che la mossa della Cpi "rafforzerà la posizione" del premier, come ha detto al quotidiano belga Politico Nadav Shtrauchler, ex collaboratore di Netanyahu. Ma non è detto che questa sorta di 'aiuto' indiretto lo metterà al riparo a lungo dalle critiche interne ed esterne. Non tutti i Paesi occidentali, come il Belgio per esempio, hanno condannato il mandato di arresto per i due politici israeliani. E Francia e Germania, pur sollevando dubbi sulla richiesta del procuratore Khan, hanno comunque difeso il ruolo della Cpi. 

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