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Venerdì, 2 Dicembre 2022
Scenari post-voto / Francia

Macron ha vinto di nuovo, cosa succede ora in Francia?

Il leader de La République en marche si trova alla guida di un Paese diviso e dovrà probabilmente aprire il governo ad altre forze politiche, per mantenere il controllo del Parlamento

Il presidente uscente Emmanuel Macron è stato rieletto alla guida della Francia, avendo sconfitto al secondo turno la sfidante dell’estrema destra Marine Le Pen. La riconferma, che era stata prevista dai sondaggisti, è però una vittoria che nasconde diverse incognite per i prossimi cinque anni. Dalla nomina del nuovo primo ministro alle legislative di giugno, infatti, Monsieur le Président non avrà la strada spianata come l’aveva nel 2017 per governare il Paese, che si è dimostrato profondamente diviso.

Una vittoria di Pirro?

Macron ha vinto, primo capo dello Stato dai tempi di Jacques Chirac (2002) a centrare il bis all’Eliseo. Ma, come certifica la stampa francese, si è trattato di una vittoria senza trionfo. Le due tornate elettorali hanno delineato alcuni indizi che pesano sopra la testa del neo-eletto presidente come una spada di Damocle: un livello altissimo di astensione (28% al ballottaggio) e un risultato storico dell’estrema destra, che si è attestata al 41,46% progredendo praticamente ovunque (soprastando il rivale di 10 punti in oltre 11.600 città e paesi). Segnali che raccontano un Paese profondamente diviso e disilluso dalla gestione del potere politico, che rischia di consegnare un Parlamento frammentato nelle imminenti elezioni legislative.

Il presidente uscente, che dal 66% del 2017 è sceso al 58,54% di oggi, sa bene di non poter più governare da solo: “Molti in questo Paese hanno votato per me non perché sostengono le mie idee ma per tenere fuori quelle dell’estrema destra”, ha dichiarato nella serata di domenica. “Voglio ringraziarli e far loro sapere che ho un debito con loro negli anni a venire”, ha aggiunto. Le Figaro lo ha definito “un gigante dai piedi d’argilla” che “all’ora del suo trionfo non è mai stato così vulnerabile”.

Verso il terzo turno

Insomma, è già iniziata la battaglia per le elezioni politiche dei prossimi 12 e 19 giugno, in cui i cittadini francesi saranno chiamati a rinnovare l’Assemblea nazionale. Gli alleati di Macron temono la resa dei conti al “terzo turno”, come la stampa d’oltralpe designa il voto alle legislative per sottolinearne la vicinanza al ballottaggio delle presidenziali. Cinque anni fa, il leader liberale aveva sbaragliato i contendenti assicurandosi una solida maggioranza con 350 deputati su 577, facendo nascere un esecutivo monocolore e governando il Paese in maniera quasi incontrastata.

Ma stando ai sondaggi, il presidente rieletto non potrà ripetere il gioco. L’elettorato francese appare insoddisfatto, disilluso e fortemente polarizzato, con tre poli di attrazione: al centro (con Macron) e ai due estremi dello spettro politico, a destra con Le Pen e a sinistra con Jean-Luc Mélenchon. Entrambi hanno promesso battaglia, ed entrambi stanno lavorando alla ricomposizione delle rispettive aree: a destra si parla di una “grande unione patriottica” tra le forze sovraniste di Le Pen ed Éric Zemmour, mentre a sinistra Mélenchon sembra il baricentro di un’alleanza progressista ed ecologista che vorrebbe diventare il partner di dialogo prioritario del presidente, essendo risultata determinante per la sua rielezione.

Dal canto suo, pare che l’inquilino dell’Eliseo voglia costituire una sorta di movimento o partito unico a partire dalle diverse formazioni che lo sostengono (oltre una mezza dozzina), per ripetere il trionfo della “sua” République en marche alle legislative del 2017. Mentre parrebbe più scettico sulle alleanze policromatiche, per il timore che una maggioranza troppo composita rischi di incepparsi.

Il nuovo governo

Nel suo primo quinquennato, Macron ha scelto due premier di centro-destra (Edouard Philippe e Jean Castex) e diversi ministri dell’area di centro-sinistra e ambientalista. Stavolta, il presidente vorrebbe un gabinetto giovane e probabilmente più orientato verso l’area progressista, anche se circolano voci sulla permanenza di diversi membri dell’attuale governo. Ma la discontinuità nella continuità della nuova presidenza Macron si potrebbe vedere già la prossima settimana con la nomina di un nuovo primo ministro.

Il mandato di Castex scade il primo maggio e già il giorno successivo la Francia potrebbe avere un nuovo premier, visto che il primo ministro ha annunciato le dimissioni della sua squadra di governo nonostante tecnicamente possa mantenere l’incarico fino alle prossime elezioni. Se Macron le accetterà, potrà nominare un premier di transizione fino al rinnovo dell’Assemblea.

Secondo fonti vicine a Macron il nuovo esecutivo sarà guidato da una donna, la prima in 31 anni dopo Edith Cresson. C’è da ricordare, tuttavia, che anche nel 2017 il presidente aveva detto di volere una premier donna, salvo poi nominare Philippe. Alcuni nomi papabili sarebbero Julien Denormandie (ministra dell’Agricoltura), Elisabeth Borne (ministra del Lavoro), Amélie de Montchalin (ministra della Trasformazione e della funzione pubblica) e Christine Lagarde (governatrice della Bce). Per ora, comunque, non si sa molto oltre al fatto che Macron intenderebbe puntare su un profilo favorito dagli ecologisti, probabilmente concordato con il centro-sinistra parlamentare.

Coabitazione

Si tratterebbe in tal caso di un esito tipico del semipresidenzialismo francese, che ha un nome preciso: la coabitazione, per cui il primo ministro viene da un partito diverso da quello del presidente della Repubblica. Solitamente, il premier è espresso dal partito che vince le elezioni all’Assemblea: quando questo non è lo stesso del presidente, i poteri di quest’ultimo vengono limitati alla guida delle forze armate, alla politica estera e ad altri ruoli rappresentativi, mentre la linea politica interna è dettata dal premier.

Secondo un recente sondaggio, il 63% degli elettori francesi auspica una coabitazione, che sarebbe il modo per Macron di mostrarsi aperto ad ascoltare la voce dei francesi che non la pensano come lui. Tra gli stessi sostenitori del presidente, un terzo gradirebbe che il suo partito non ottenesse la maggioranza e l’83% indica Mélenchon come nome ideale. A livello nazionale, però, Le Pen supera il rivale della sinistra radicale “vincendo” 46 a 44. 

A livello di pronostici, sembra più verosimile che la France Insoumise (il partito di Mélenchon), o una coalizione progressista, possa ottenere più consensi elettorali rispetto alla ventilata “unione delle destre”. Ma anche se così fosse, il blocco della sinistra potrebbe complicare non poco i piani di Macron, dato che lo stesso Mélenchon è fortemente critico su molti punti del programma del presidente, a partire dalla riforma delle pensioni e dalle politiche economiche ma anche su questioni strategiche come l’adesione di Parigi all’Ue e alla Nato. E nei 50 giorni che ci separano dal primo turno delle legislative tutto può ancora succedere.

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