La Libia sull'orlo della guerra civile. E il governo chiede aiuto alla Turchia

Prosegue l'avanzata su Tripoli del generale Haftar. A gennaio, Ankara potrebbe inviare le sue truppe a sostegno dell'esecutivo riconosciuto dall'Onu. Ue: "Unica soluzione è accordo diplomatico e politico tra tutti gli attori libici"

La Libia è sempre più sull'orlo di una guerra civile. Le truppe del comandante ribelle Khalifa Haftar continuano ad avanzare verso Tripoli, seminando morti e minacciando di rovesciare l'unico governo riconosciuto dall'Onu, quello guidato dal premier Fayez al-Serraj. Il quale, per tutta risposta, ha chiesto ufficialmente alla Turchia un aiuto militare. Ed è proprio il possibile invio di truppe da parte di Ankara a rischiare di far deflagare la situazione. E a trasformare la Libia in una nuova Siria.

Che la Turchia avesse rotto gli indugi in Libia era chiaro da settimane.  Il 27 novembre scorso, infatti, il presidente turco Recep Erdogan e al-Serraj avevano firmato due accordi, uno relativo alla demarcazione dei confini marittimi nel Mediterraneo e l'altro riguardante la sicurezza e la cooperazione militare. Il primo aveva mandato su tutte le furie la Grecia, preoccupata dalle ripercussioni su Cipro (isola contesa da tempo con Ankara) e i suoi giacimenti marini di gas. Il secondo accordo, invece, aveva allarmato tutta la comunità internazionale, dall'Ue alla Russia.

"Deve essere chiaro che in Libia non può esserci una soluzione militare. La Libia soffre per la presenza di attori esterni che provano a influenzarne il futuro. La Ue è compatta nel sostenere il processo di pace condotto dalle Nazioni Unite e nel dire che l'unica soluzione possibile passa per un accordo diplomatico e politico tra tutti gli attori libici", ha detto la nuova presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in un'intervista a Repubblica. "In questo momento ci sono troppi attori che cercano di spaccare il Paese con le armi - ha aggiunto - Riteniamo che una soluzione per un futuro di pace duratura in Libia possa meglio realizzarsi nell'ambito del processo di Berlino delle Nazioni Unite nel quale anche l'Unione europea è coinvolta", ha concluso von der Leyen.

Il problema per l'Ue è che sulla Libia è sempre mancata una vera unità, in particolare tra Italia e Francia: se Roma sosteneva il governo di al-Serraj (forte anche del riconoscimento Onu), Parigi teneva stretti i rapporti con il generale Haftar. Che a sua volta ha potuto contare sul sostegno della Russia.

Accusare adesso la sola Turchia di interferenze nel Paese nordafricano, come ha fatto di recente Vladimir Putin, è quantomeno di parte, tanto più che, ricordiamo, Erdogan in questo caso starebbe dando sostegno a un governo riconosciuto dall'Onu contro l'aggressione di una forza militare non rinosciuta a livello internazionale. Gli "attori esterni" nel campo libico, poi, per usare le parole di von der Leyen, sono sempre stati tanti, dichiarati o sotto traccia. Semmai, quello che cambia con la mossa di Erdogan è il fatto che l'Italia potrebbe recidere defintivamente i legami con al-Serraj. Già all'ultimo vertice Ue, il premier Giuseppe Conte aveva denunciato la richiesta di aiuti alla Turchia come un segno di debolezza. La telefonata delle scorse ore con Putin (che secondo Erdogan avrebbe già inviato 2mila paramilitari a sostegno di Haftar) potrebbe essere una mossa in tal senso.

Ma le dinamiche internazionali sono sempre più complesse di quanto le schematizzazioni a mezzo stampa (come le nostre) riescano a spiegare. E cosi' è quantomeno curioso che il voto del Parlamento turco sul dispiegamento di truppe in Libia, atteso per il 7 gennaio, potrebbe coincidere con l'arrivo a Istanbul proprio del presidente russo Putin, che quel giorno inaugurerà con Erdogan il gasdotto TurkStream.

L'unica cosa certa, in questo momento, sono i morti civili (tre nelle ultime ore). Ma anche su questo manca chiarezza: secondo l'Onu, dall'inizio dell'avanzata di Haftar, le vittime tra la popolazione sono circa 300. Per altre organizzazioni, sono almeno 1.500. 

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