Fermare le armi in Libia, ma evitare i migranti: ecco la missione Ue di Italia e Austria

I leader europei, su richiesta di Roma e Vienna, archiviano l’operazione Sophia e mobilitano forze “navali, aeree e satellitari” per fermare il flusso di armamenti verso il Paese. Spostando le operazioni a est per non trovarsi a soccorrere i barconi

Non chiamatela Sophia. Sono stati chiari i ministri degli Esteri e i vertici Ue per evitare fraintendimenti e le critiche del fronte pro-stretta sui migranti. La nuova missione Ue decisa oggi per applicare l’embargo sulle armi verso la Libia stabilito in sede Onu, e che coinvolgerà forze “navali, aeree e satellitari”, non ha nulla a che vedere con l’operazione nata nel 2015 in seguito ai naufragi di migranti nel Mediterraneo centrale. “Sophia non esiste più”, ha detto Luigi Di Maio mentre lasciava il summit con i suoi omologhi europei. E a chiederne la cessazione definitiva, a quanto si apprende da fonti diplomatiche, è stato proprio il governo italiano, assieme a quello austriaco.

La nuova operazione e il pull factor

La nuova operazione militare, per il momento ancora priva di nome, avrà un’area che “verrà definita da un accordo di mandato”, ha detto l’Alto rappresentante per la Politica estera, Josep Borrell. “Vogliamo concentrare la sorveglianza nella parte orientale della Libia dove è più alto il traffico di armi”, ha sottolineato il politico spagnolo, precisando che l'operazione si occuperà anche della lotta al traffico di esseri umani e proseguirà anche l'addestramento della Marina e della Guardia costiera libica.

“Abbiamo tenuto conto delle legittime preoccupazioni da parte di alcuni Paesi europei per quanto riguarda l'impatto dei flussi migratori”, ha precisato Borrell, con un chiaro riferimento all’Italia e all’Austria. Gli eventuali barconi “saranno monitorati regolarmente dal comando delle operazioni”, sostiene Borrell, che poi garantisce: “In caso la missione divenisse un pull factor per i flussi migratori verranno cambiate le zone di operazione e gli assetti marittimi saranno ritirati dalle aree rilevanti”. Ossia, come già anticipato dallo stesso Borrell, si sposteranno le navi più a est, evitando di trovarsi nel mezzo della rotta centrale del Mediterraneo, quella battuta appunto dai migranti che fuggono dalla Libia in guerra. 

Di Maio come Salvini

“Questa è un'altra novità - canta vittoria Di Maio - perché l’Unione europea” nelle sue dichiarazioni “riconosce l’esistenza del pull factor”. Che è poi il concetto espresso da un largo fronte di destra, dal leader della Lega Matteo Salvini al premier austriaco Sebastian Kurz, secondo cui la presenza di navi militari davanti alla Libia, al pari di quelle delle ong, favorisce il traffico di migranti.

A soddisfare poi il ministro degli Esteri è una regola d’ingaggio “per noi importantissima”, secondo la quale “tutti gli Stati hanno dato disponibilità a dare assetti aerei e navali per bloccare l'ingresso delle armi”. “Se non ci sono armi, non ci sarà più la guerra”, ha detto il ministro degli Affari esteri lussemburghese, Jean Asselborn, sintetizzando il senso dell’intera operazione.

“Dobbiamo lavorare a una sorveglianza terrestre ai confini della Libia”, spiega quindi l’ex capo politico del Movimento cinque stelle auspicando un maggior coinvolgimento dell’Europa nello scenario libico. 

Le forze in campo

Eppure, secondo Borrell, l'Unione europea “non può dislocare truppe al confine tra Libia ed Egitto” per impedire l'eventuale l'ingresso di armi in violazione dell'embargo stabilito in sede Onu. La nuova missione “farà quel che può fare”, ha aggiunto. “I consiglieri militari - prosegue Borrell - ci hanno detto che è importante usare i radar sulle navi per controllare il traffico aereo e per sapere da dove vengono gli aerei, e che aerei sono: questo ci darà informazioni importanti”, ha spiegato il capo della diplomazia europea. Borrell precisa che “molti Paesi si sono offerti volontari” per contribuire alla missione. “Non credo che saremo a corto di risorse - ha concluso l’Alto rappresentante - e saranno i militari a decidere chi dovrà andare, ma ancora non siamo arrivati a questo livello di dettaglio”.

Il no del governo libico

La nuova missione Ue deve ancora partire, ma ha già attirato le critiche del governo di Tripoli, l'unica istituzione riconosciuta a livello internazionale (ossia dell'Onu) in Libia e che è in guerra con il generale Haftar, sostenuto tra gli altri da Russia e Francia. Secondo il presidente dell'Alto Consiglio di Stato libico, Khaled al Mishri, la decisione di rafforzare il controllo sull'embargo sulle armi è "sospetta" e si riferisce "solo all'aspetto marittimo", colpendo cosi' esclusivamente il governo e i suoi rapporti con la Turchia. In effetti, nonostante il braccio di ferro tra Tripoli e Haftar vada avanti da mesi, l'Ue ha accelerato le sue mosse solo dopo la decisione di Ankara di entrare da protagonista nel conflitto mettendo a disposizione del governo armi e militari.

Secondo le accuse di Tripoli, questo supporto è necessario per difendersi dall'avanzata di Haftar, che di contro avrebbe ricevuto armamenti e milizie da altri Paesi, tra cui la Russia. Ecco perché Al Mishri sottolinea come "i magazzini di Haftar sono pieni di armi". 

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