Folgorati sulla via di Pechino M5s e Lega cambiano idea sui controlli sugli investimenti stranieri

L'Europa vorrebbe aumentare i controlli sulle offerte di acquisto di asset strategici come porti o autostrade. Ma il nostro governo a Bruxelles si è opposto

ANSA/GIUSEPPE LAMI

Gli investimenti stranieri in Europa devono essere oggetto di controlli severi. Anzi no. L'Italia, complice forse anche la visita a settembre del vicepremier Luigi Di Maio in Cina, e degli accordi stipulati con Pechino, ha cambiato idea sul nuovo meccanismo di controllo degli investimenti esteri in Ue. A sorpresa dei partner europei, lo scorso 9 novembre il nostro governo si è opposto in sede comunitaria al provvedimento che era partito due anni fa su spinta di Italia, Francia e Germania, preoccupate dallo shopping cinese di asset strategici europei, come il porto di Atene. Nonostante il cambio di governo e l’ascesa al potere della lega di Matteo Salvini del Movimento 5 Stelle, l'Italia aveva confermato il suo ok al sistema di controllo, con il voto favorevole in commissione Commercio estero degli eurodeputati Tiziana Beghin, per i 5 stelle, e Oscar Lancini della Lega. Ma la nuova sintonia tra Roma e Pechino sembra aver fatto cambiare idea alla compagine gialloverde. 

Lo screening sugli investimenti 

La tutela dei settori strategici come trasporti e telecomunicazioni è il pilastro del provvedimento. Il cosiddetto screening prevede l’obbligo per ogni Stato membro che riceva un’offerta di acquisto per gli asset strategici da parte di un’impresa di Stato o azienda privata con sede in Stati non appartenenti all’Ue, di informare la Commissione. Quest’ultima potrà quindi formulare pareri consultivi qualora ritenga che l’investimento possa incidere sulla sicurezza o sull'ordine pubblico in uno o più Stati membri. Nessun blocco imposto dall’alto, bensì un semplice scambio di informazioni limitato a proteggere i settori più delicati dell’economia da imprese di Stato poco trasparenti o aziende private strettamente collegate a Governi. Agli Stati membri viene poi lasciata la scelta finale sul blocco o meno dell’investimento straniero. 

Saldi europei su porti e autostrade

Il provvedimento era apparso necessario all’indomani delle svendite di Stato di aziende strategiche europee, comprate in gran parte degli investitori cinesi. Nel 2009 capitali orientali furono al centro della controversa operazione di acquisto degli importanti terminal del Pireo, porto di Atene, il cui traffico merci dalla Cina è da allora in rapida espansione. L’azienda di Stato cinese Silk Road Fund controlla invece il 5% di Autostrade per l’Italia Spa, società coinvolta dalle polemiche dopo il crollo del ponte Morandi. Fondi cinesi sono anche entrati anche in Telecom e il sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci già a fine agosto aveva confermato le voci che parlavano un interessamento di Pechino sul porto di Trieste e Alitalia

L’Italia non ci sta 

È toccato proprio a Geraci, il difficile compito di spiegare la nuova posizione dell’Italia a Bruxelles. “Lo screening va bene - ha detto alla stampa - però vogliamo che siano i Paesi membri a decidere”. Al termine della riunione che ha visto il Consiglio Ue approvare l’accordo con Parlamento e Commissione per attivare il meccanismo di screening, Geraci si è fermato a spiegare il suo voto contrario di fronte ai giornalisti italiani. Il sottosegretario ha motivato a fatica la posizione del Governo, che sembrava molto deciso nel bocciare la proposta giudicata troppo molle nei confronti degli “investimenti predatori”. 

Folgorati sulla via di Pechino

Ma i gialloverdi hanno cambiato idea sullo screening, come provano i voti favorevoli al provvedimento da parte dei rappresentanti di Lega e 5 Stelle in Parlamento europeo alla fine dello scorso maggio. “La Cina ha comprato quote di minoranza di Telecom Italia”, denunciava la Beghin sul suo blog il 15 maggio. “Qualora, un giorno, provasse la scalata fino a diventare azionista di maggioranza, in caso di guerra con il nostro Paese potrebbe bloccare le comunicazioni su tutto il territorio nazionale”, tuonava l’europarlamentare pentastellata, aggiungendo: “Senza essere così catastrofici, potrebbe decidere di bloccare internet per 48 ore, mettendo in seria difficoltà le nostre aziende, e favorendo le proprie”. Come mostra anche il video dell’intervento in aula dell’esponente M5s, il suo ‘sì’ al provvedimento era più che convinto. La Beghin voleva anzi estendere l’applicazione del meccanismo, rispetto agli scopi principali della proposta.

Ma qualcosa avrà fatto cambiare idea al governo e viene da pensare che c'entri qualcosa la recente missione nella Repubblica Popolare del vicepremier Di Maio nella quale il leader pentastellato ha concordato con Pechino la partecipazione italiana alla Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta, che potrebbe vedere la chiusura dei negoziati entro la fine del 2018, anche se non prima di aver risolto con il governo cinese “alcune questioni che per noi sono dirimenti”.

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