L'Ue vuole diventare la seconda potenza militare al mondo. Ma l'esercito europeo puo' attendere

La Commissione chiede di ridurre i "doppioni" nelle spese per la difesa dei singoli Stati membri. Germania, Francia e Italia vogliono maggiore integrazione. Restano pero' i nodi della gestione del fondo comune e le resistenze dei singoli apparati

Se si guarda alle spese, l'Unione europea, anche senza il Regno Unito, sarebbe la seconda potenza militare al mondo. Se non lo è sul campo, come ha dimostrato di recente la vicenda siriana, la colpa è della frammentazione degli sforzi dei singoli Stati membri. E' questo il refrein che da qualche tempo a questa parte si sente ripetere a Bruxelles. E lo ha ribadito oggi in una intervista a Radio1 Rai l'Alta rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini: “I cittadini europei chiedono che l'Europa si impegni di più nella sicurezza e l'Unione è pronta a farlo”. 

Tutti sembrano d'accordo: Germania e Francia sembrano spingere verso una maggiore integrazione militare, l'Italia pure. Il contesto internazionale aiuta: da un lato Trump, dall'altro Putin. E in mezzo la Brexit, che toglierebbe dal tavolo dei vertici Ue il paese maggiormente contrario a una politica di difesa comune. Senza dimenticare la Cina, che in quanto a investimenti militari sta cercando di recuperare terreno. Insomma, le condizioni per arrivare all'esercito europeo, uno degli ultimi sogni rimasti nel cassetto dei fautori dell'integrazione Ue, sembrano propizie. Eppure, la strada non è cosi' in discesa. Anzi.

La situazione attuale

Sulla carta, dicevamo, l'Ue a 27 sarebbe la seconda potenza militare al mondo per spesa militare: circa 227 miliardi di euro all'anno (l'1,3% del Pil), contro i 545 miliardi spesi dagli Stati Uniti. La forbice con gli Usa è ancora più alta se si guarda agli investimenti in ricerca e sviluppo e nuove tecnologie militari: Washington spende oltre 60 miliardi di euro all'anno, l'Ue a 27 si ferma a 10 miliardi. 

Una forbice che l'Europa sta provando a ricucire, soprattutto grazie agli aumenti di spesa programmati da Germania, Francia e paesi dell'Est. E anche l'Italia, in quanto ad acquisto di armamenti, non è da meno. 

Per la Commissione europea, aumentare le spese è un bene, perché, stando ai dati snocciolati sul suo sito, ogni euro investito in questo campo ha un ritorno di 1,6 euro. Il problema, semmai, è un altro: gli sprechi.

Gli sprechi

Come ha ripetuto più volte il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, l'Ue sta pagando “un prezzo troppo alto per l'inefficienza e la frammentazione” delle spese militari dei singoli Stati membri. La Ue conta 178 sistemi d'arma diversi, rispetto ai 30 degli Stati Uniti. “ Ci permettiamo il lusso di 17 tipi diversi di carri da combattimento mentre gli Stati Uniti se la cavano benissimo con un unico modello”. Ben 20 tipologie di aerei militari contro i 6 Usa. E anche su navi (49 a 8) e sottomarini (16 contro 4), il confronto non regge. “In Europa – continua Juncker - abbiamo più costruttori di elicotteri di governi che possono acquistarli”.

Sempre secondo la Commissione europea, meno del 3% delle truppe dei vari eserciti Ue (40mila militari) sono impiegate sul campo, contro 200mila degli Usa. E questo è imputato sempre alla carenza nel coordinamento e negli equipaggiamenti. “La mancanza di cooperazione nel settore della difesa e della sicurezza ci costa ogni anno tra 25 e i 100 miliardi di euro – dice Juncker - Condividere veicoli, uniformare le munizioni e condurre la ricerca in maniera comune anziche' separatamente puo' essere molto vantaggioso per gli Stati dell'Ue. Ecco perché la Commissione europea ha proposto la creazione di un Fondo europeo per la difesa".

La cooperazione militare

Il Fondo comune per la difesa è stato lanciato qualche mese fa con l'obiettivo di finanziare progetti comuni tra i vari paesi membri sia nel campo della ricerca e sviluppo, sia per l'acquisto congiunto di droni, elicotteri e altri apparecchi militari. 
Al fianco di questo fondo, Bruxelles ha proposto la creazione di un'agenzia per la cyber security. Si tratta di buoni propositi, ma in quanto a risorse gli stanziamenti fino al 2020 sono ancora simbolici: 90 milioni per la ricerca e sviluppo, 450 milioni per la cyber security, 500 milioni per l'acquisto congiunto di tecnologie e materiali di difesa. 

Se gli stanziamenti della Commissione sono ancora timidi, al Consiglio non si sono visti ancora grandi passi avanti: l'8 giugno scorso i ministri della Difesa dell'Ue hanno trovato l'intesa per una l'istituzione di una capacità militare di pianificazione e condotta in seno allo Stato maggiore dell'Ue che “contribuirà a rendere più efficaci le missioni europee senza compiti esecutivi e a migliorare la formazione dei soldati dei paesi partner, al fine di garantire pace e sicurezza”. In sostanza, a Bruxelles è stato concesso di coordinare le tre missioni “senza compiti esecutivi” in Somalia, Mali e Repubblica Centraficana. 

Per l'Alta rappresentante Mogherini, nonostante tutto, “sono stati fatti passi avanti mai visti prima” verso la difesa comune. E al prossimo  Consiglio europeo di dicembre, “avvieremo la cooperazione strutturata”. Ma al di là dell'ottimismo, i problemi restano.

Gli ostacoli

Il primo problema da superare sono le resistenze dei singoli apparati militari, desiderosi di mantenere non solo il potere acquisito nel tempo, ma anche (se non soprattutto) il controllo sul business legato alla spesa militare. Secondo Sbilanciamoci, per fare un esempio, l'Italia spende ogni anno 23 miliardi, di cui il 60% per mantenere in piedi “una struttura del personale elefantiaca” e oltre 5 miliardi per l'acquisto di nuovi armamenti. Poco o nulla, viene destinato alla cyber security: “E’ a dir poco paradossale continuare a spendere miliardi in armamenti tradizionali e poco e niente per prevenire e fronteggiare attacchi informatici che potrebbero mettere fuori uso tutte queste armi con un semplice virus”, scrive sempre Sbilanciamoci.

Di questi paradossi non è affetta solo l'Italia. Anche l'Europa ne è piena. L'Ue a 27 ha tanti soldati come gli Usa (1,3 milioni), ma riunirli tutti sotto un unico esercito significherebbe rompere equilibri sedimentati nel tempo, sia all'interno del personale, sia nell'indotto di imprese e lobby che ruota intorno ai singoli comandi.

La Germania ha provato a dimostrare che una integrazione è possibile: hanno rispolverato il vecchio arsenale, aumentato gli investimenti dopo anni di tagli alla spesa militare e soprattutto cercato “partnership” con altri paesi Ue. Ne è un esempio l'accordo sottoscritto di recente con la Romania e la Repubblica ceca per una sorta di “cooperazione rafforzate” tra i rispettivi eserciti: come scrive il Foreign Policy, “l’81esima Brigata meccanizzata della Romania si unirà alla Divisione delle forze di risposta rapida della Bundeswehr tedesca, mentre la 4a Brigata di dispiegamento rapido della Repubblica Ceca, che ha servito in Afghanistan e in Kosovo ed è considerata la punta di lancia dell’esercito ceco, diventerà parte della Decima divisione blindata tedesca”. Così facendo, seguiranno le orme di due brigate olandesi, una delle quali è già entrata a far parte della Divisione delle forze di risposta rapida, “mentre l’altra è stata integrata nella Prima divisione blindata della Bundeswehr”.

Questi accordi hanno sollevato non poche preoccupazioni, soprattutto in Francia, che si sente (e lo è nei fatti) la leader militare dell'Ue: il timore è che, come fatto con l'economia, la Germania voglia a poco a poco non solo creare un esercito europeo, ma prenderne anche la guida.     

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E qui arriviamo all'altro ostacolo: secondo diverse fonti, il progetto di un esercito comune è rallentato anche dalle diverse “visioni” sul fondo comune per la difesa. Se è vero che per adesso tale fondo ha una dotazione minima, per il futuro, dopo il 2020, Bruxelles intende far crescere progressivamente la spesa. La Commissione ha ipotizzato che l'intero progetto possa essere finanziato tramite l'emissione di titoli di debito sovrano da parte dei paesi interessati. E se ciò dovesse tradursi in un aumento dei deficit o dei debiti pubblici nazionali, ciò dovrebbe essere ritenuto una “operazione una tantum”, esclusa dalle disposizioni del Patto di stabilità e di crescita. Francia e Italia soni d'accordo. Ma come succede già oggi sull'Unione bancaria, la Germania si oppone, e sostiene che ciò “è contrario ai principi di buona gestione finanziaria e non è quindi una valida opzione per il finanziamento degli sforzi di difesa europea”. 

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