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Lunedì, 8 Agosto 2022
Alta tensione / Serbia

Che succede tra Serbia e Kosovo: i carabinieri italiani in prima linea per evitare la guerra

Una disputa sulle targhe kosovare per le auto, che i cittadini della minoranza serba del Paese si rifiutano di usare, ha riacceso il nazionalismo che rischia di diventare esplosivo

Una semplice targa per le automobili rischia di far esplodere nuovamente le tensioni tra Serbia e Kosovo, e potenzialmente portare di nuovo a una guerra tra i due Paesi balcanici. È davvero un nuovo scenario da guerra fredda quello che ieri ha portato ad una tensione altissima tra Pristina e Belgrado, con la prima capitale che gode il sostegno degli Stati Uniti e della Nato, e la seconda della Russia di Vladimir Putin.

Decine di manifestanti hanno parcheggiato camion pieni di ghiaia e altri macchinari pesanti sulle strade del Kosovo che portano a due valichi di frontiera, Jarinje e Bernjak, in un territorio in cui serbi che vivono nella regione sono la maggioranza, bloccando il passaggio e costringendo la polizia a chiuderli. L'azione era stata pensata in protesta con la decisione del governo di obbligare i serbi del nord del Paese a richiedere delle targhe automobilistiche rilasciate dalle istituzioni nazionali, come per tutti gli altri cittadini. Al momento circa 50mila persone usano ancora targhe e documenti rilasciati dalle autorità di Belgrado, cosa finora tollerata nonostante sia il segno di un mancato riconoscimento delle istituzioni di Pristina. 

Il governo ha anche deciso che, a partire dal oggi, tutti i cittadini serbi che visiteranno il Kosovo dovranno ottenere un documento temporaneo della validità di tre mesi. Il primo ministro Albin Kurti ha spiegato che si tratta di una misura di reciprocità, in quanto la Serbia, che non riconosce l'indipendenza proclamata nel 2008 della sua ex provincia a maggioranza albanese, chiede lo stesso ai kosovari che entrano nel suo territorio.

Per evitare il rischio di una pesante escalation l'esecutivo di Pristina ha deciso di rimandare la decisione di un mese, mossa che ha portato alla fine dei blocca stradali nella giornata di oggi, ma se insisterà su questa strada la tensione potrebbe tornare alle stelle. Quattordici anni dopo la sua dichiarazione di indipendenza il Kosovo è stato riconosciuto come Stato indipendente da oltre 100 Paesi, tra cui l'Italia, ma non dalla Serbia né dalla Russia. Nella nazione, dalla fine della guerra nel 1999, è presente la Kfor (Kosovo Force), un contingente a guida Nato di 3.770 uomini, creato sulla base della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Del contingente, il cui quartier generale è la base statunitense di Camp Bondsteel, una delle più grandi basi Usa in Europa, fanno anche parte i carabinieri italiani, che sono la prima forza con 638 militari. Italiano è anche il vice comandante della missione, il generale Luca Piperni. 

Nel 2013 i due Paesi balcanici, che un tempo erano uniti, si sono impegnati in un dialogo sponsorizzato dall'Unione europea per cercare di risolvere le questioni in sospeso, ma i progressi sono stati scarsi. "La situazione generale della sicurezza nelle municipalità settentrionali del Kosovo è tesa", ha dichiarato in un comunicato la Kfor, assicurando di stare "monitorando da vicino" la situazione, e di essere "pronta a intervenire se la stabilità viene messa a rischio".

Ieri la polizia ha dichiarato che sono stati sparati dei colpi di arma da fuoco "in direzione delle unità di polizia, ma fortunatamente nessuno è rimasto ferito", sostenendo anche che dei manifestanti avrebbero picchiato diversi albanesi che passavano sulle strade che erano state bloccate e che alcune auto sono state attaccate. Un anno fa, dopo che i serbi locali avevano bloccato le stesse strade per la questione delle targhe, il governo del Kosovo aveva dispiegato forze speciali di polizia e Belgrado aveva fatto volare jet da combattimento vicino al confine.

L'Alto rappresentante della politica estera dell'Ue, Josep Borrell, ha ''accolto con favore” la decisione di spostare le misure al primo settembre sul divieto dell'uso di documenti e targhe serbe, sottolineando che ''le questioni aperte dovrebbero essere affrontate attraverso il dialogo facilitato dall'Ue e l'attenzione'' dovrebbe concentrarsi ''sulla normalizzazione globale delle relazioni tra Kosovo e Serbia, essenziali per i loro percorsi di integrazione nell'Ue''.

 "Sosteniamo assolutamente la posizione della Serbia" ed "è importante che tutte le parti coinvolte nella situazione agiscano in modo ragionevole" perché "i requisiti posti delle autorità del Kosovo per la procedura di emissione di nuovi documenti sono assolutamente infondati", ha dichiarato invece Dmitrij Peskov, portavoce del presidente russo Putin, secondo cui “la posizione di Belgrado è costruttiva e pacifica". "I Paesi che hanno riconosciuto il Kosovo dovrebbero usare tutta la loro influenza per avvertire le autorità di Pristina contro procedure pensate male che possono aumentare le tensioni nella regione", ha aggiunto.

Di una escalation "totalmente irragionevole”, ha parlato invece il premier albanese, Edi Rama, che ha sottolineato che “il governo del Kosovo ha non solo il diritto, ma anche il dovere di applicare gli accordi esercitando la sua sovranità territoriale di Stato indipendente e gli accordi con la controparte sono fatti per essere applicati, non per essere discussi". Rama ha poi fatto "appello alle autorità di Belgrado affinché non incoraggino in alcun modo i gruppi che si oppongono all'applicazione degli accordi”.

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