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Venerdì, 21 Gennaio 2022
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Il Natale poco sereno di Boris Johnson

Dall'aumento dei casi Covid alle dimissioni del ministro della Brexit: il leader britannico è in difficoltà. E c'è che prevede la sua caduta nel 2022

Prima le polemiche per aver partecipato a delle feste natalizie violando le restrizioni Covid. Poi la sconfitta elettorale in North Shropshire, ex roccaforte dei Tory, che ha rinfocolato i malumori interni al partito nei confronti della sua gestione del governo. E adesso le dimissioni del ministro David Frost, ossia di colui che ha condotto finora i delicati negoziati post-Brexit con l'Ue, e che ha deciso di andare via accusando il suo ex premier di aver preso una direzione troppo soft con Bruxelles e troppo "hard" sul coronavirus. Per sintetizzare, non si prospetta un Natale sereno per il leader britannico Boris Johnson. E peggio ancora potrebbe andare nel 2022, se i conservatori ribelli dell'ala moderata del partito dovessero passare dalle minacce ai fatti, sfiduciandolo.

Un primo avvertimento è arrivato a inizio settimana, quando una folta pattuglia di deputati della maggioranza, compresa l'ex premier Theresa May, non hanno appoggiato le nuove misure del governo per fermare la nuova ondata di Covid-19. Johnson è stato costretto a ricorrere ai voti dell'opposizione per far passare le restrizioni. Pochi giorni dopo, il premier ha dovuto incassare un altro brutto colpo: per la prima volta in 200 anni, i Tory hanno perso il collegio di North Shropshire, andato ai liberali in seguito a delle elezioni suppletive. Un assist ulteriore alla fronda interna.

La sconfitta elettorale e gli scandali

Johnson ha ammesso che si è trattato di un risultato "molte deludente", ma non ha accettato la lettura di chi ha legato la sconfitta al suo operato. Anzi, ha accusato i media, che nelle ultime settimana hanno rivelato una serie di feste di Natale a Downing Street durante il lockdown dell'anno scorso a cui avrebbe partecipato lo stesso premier. Considerato che l'elettorato di Johnson è composto in buon parte dai brexiter duri e puri, e che proprio tra i brexiter c'è una forte resistenza a vaccini e misure di contenimento, ecco spiegato perché, secondo il premier, le voci circolate avrebbero provocato un calo di consensi nella roccaforte dei conservatori.

Una spiegazione, quella di Johnson, che convince a metà. Perché se è vero che le polemiche hanno pesato (tanto da provocare ben due dimissioni nello staff di Downing Street), è anche vero che l'operato del premier britannico comincia a provocare malumori nella sua stessa base, e non solo tra i moderati ribelli. Da un lato c'è il boom di casi di Covid e la variante Omicron, che stanno spingendo il governo a rispolverare misure di contenimento più stringenti, dopo aver assicurato per mesi che il peggio era ormai alle spalle. 

I dubbi sulle misure anti-Covid

Secondo il Financial Times, gli esperti del governo avrebbero prospettato a Johnson una serie di opzioni, previste nel cosiddetto Piano C, che vanno da una serie di "moderate linee guida" per "spingere" le persone a seguire le regole, "fino al lockdown". Secondo il quotidiano finanziario, Johnson sarebbe più orientato verso la linea morbida, sebbene non possa nascondere la gravità della situazione e la minaccia rappresentata da Omicron. Secondo altri media, invece, Johnson potrebbe progressivamente arrivare a un nuovo lockdown se la pressione sugli ospedali dovesse tornare a livelli preoccupanti, data anche la carenza di personale nella sanità. 

Ma se sulla gestione della pandemia, Johnson ha dimostrato finora di saper gestire bene il suo rapporto con i britannici (forse più che la situazione sanitaria), i rischi più grossi il premier li corre sulla Brexit. Le dimissioni di Frost, uno dei conservatori della linea dura sull'uscita dall'Ue, sono significative in tal senso. L'ex ministro ha spiegato la sua decisione in una lettera pubblica, in cui ha puntato il dito contro la direzione presa da Johnson sul Covid: “Dobbiamo imparare a convivere con il Covid - ha scritto Frost - Spero che potremo tornare presto in carreggiata e non essere tentati dal tipo di misure coercitive che abbiamo visto altrove".

La questione della Brexit

Il riferimento alle misure anti pandemia, però, sembra più la classica foglia di fico. Così come secondarie sembrano anche le motivazioni sulla politica economica citate nella lettera di dimissioni (ossia mercati meno regolamentati e meno tasse per le imprese, in opposizione agli sforzi sulla transizione ecologica). Il nodo vero, almeno stando a quanto dicono a Bruxelles, potrebbe essere la Brexit. Frost, fino alle sue dimissioni, stava conducendo un tentativo da parte di Londra di rinegoziare parti dell'accordo di divorzio riguardante l'Irlanda del Nord.

Come è noto, tenere aperto alle merci il confine irlandese tra Ue e Regno Unito vuol dire, almeno dal punto di vista dell'Ue, accettare anche il riconoscimento da parte di Londra delle sentenze della Corte di giustizia europea. E' una questione che può apparire meramente giuridica, ma tradotto in soldoni, riconoscere la Corte ridurrebbe quel sogno di "hard Brexit" cavalcato proprio da Johnson per arrivare al potere. L'ala moderata del partito, invece, è stanca delle tensioni continue con l'Ue e sta pressando il premier affinché chiuda la partita nel 2022 cedendo alle ultime offerte europee sulla questione del confine irlandese. Il problema, per Johnson, è che a maggio si vota nell'Irlanda del Nord, e il suo governo si poggia sulla stampella degli unionisti di Belfast, tra i più duri sulla Brexit. Insomma, il premier britannico si trova tra due fuochi, quello dei moderati e quello della sua base di brexiter e liberisti. Vedremo col nuovo anno se il leader sarà bravo a uscirne indenne, o se finirà per bruciarsi.  

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