Marò, l’India non molla e nega l’immunità: “I due pescatori sono le uniche vittime”

Comincia l’ultima udienza di arbitrato per decidere dove andranno processati Latorre e Girone. Roma e Nuova Delhi si contendono la giurisdizione del caso

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone - foto archivio Ansa

È cominciata con il duro faccia a faccia tra l’ambasciatore italiano e il delegato del Governo indiano l’ultima udienza dell’arbitrato che deciderà a quale tribunale spetterà proseguire le indagini, presentare i capi d’imputazione ed, eventualmente, processare i due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. A sette anni e mezzo dalla morte di due uomini a bordo di un peschereccio indiano, i due Paesi coinvolti nella vicenda continuano a contendersi il caso, con accuse reciproche di faziosità, invasione di giurisdizione e utilizzo politico-mediatico della tragedia. A decidere saranno i membri della Corte permanente di arbitrato con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi. Dove stamane è andato in scene l’ultimo, ed ennesimo, scontro tra Roma e Nuova Delhi. 

Italia: "Riconoscere l'immunità"

Prende la parola per primo l’ambasciatore Francesco Azzarello per ribadire la linea italiana secondo cui “agli occhi dell'India non c'è presunzione di innocenza: i marò erano colpevoli di omicidio ancora prima che le accuse fossero formulate”. Nell’excursus dei fatti a bordo della nave petrolifera Enrica Lexie, l’ambasciatore ricorda che il mercantile, battente bandiera italiana, si trovava in acque internazionali quel pomeriggio del 15 febbraio 2012, quando Latorre e Girone spararono dei “colpi d’avvertimento” contro un’imbarcazione che si avvicinava alla nave protetta dai marò. L’operazione di difesa della petroliera rientrava nelle operazioni anti-pirateria in una delle zone più pericolose per la navigazione mercantile. Azzarello sottolinea che “l’immunità del personale delle forze armate di uno Stato dalla giurisdizione penale di un altro Paese è riconosciuta a livello mondiale”, e quindi che i due fucilieri della Marina se la devono vedere con le autorità italiane. 

India: "Hanno ucciso due persone"

A nome di Nuova Delhi, risponde Balasubramanian, rappresentante del ministero degli Esteri indiano. E dal suo intervento davanti alla Corte si capisce come il braccio di ferro diplomatico sia ormai diventato un complicato grattacapo di diritto. Il funzionario indiano ricorda infatti che il peschereccio sul quale sono morti Valentine Jelastine e Ajeesh Pink, uccisi dai colpi sparati dai due marò, batte bandiera indiana. Indiano è anche il porto nel quale è attraccata la nave mercantile italiana poche ore dopo la vicenda, avvenuta a largo delle coste indiane. Da qui l’arresto dei due militari, accusati di omicidio per quei colpi sparati al peschereccio. “Che non possono essere definiti d’avvertimento, visto che hanno ucciso due persone, messo in pericolo gli altri pescatori a bordo e pregiudicato la navigazione dell’imbarcazione”, precisa Balasubramanian. Secondo il Governo di Nuova Delhi, “l’India e i due pescatori uccisi sono le uniche vittime della vicenda”, che si sarebbe chiusa da tempo, precisa il delegato del Governo indiano, “se solo l’Italia avesse collaborato all’indagine per omicidio”. 

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Le lacune nel sistema giudiziario indiano

Dalla parte dei marò giocano le inadempienze del sistema giudiziario indiano, incapace di formulare un capo d’imputazione nei confronti dei due militari negli anni successivi alla vicenda, quando Latorre e Girone si trovavano ancora in India. Oggi i due protagonisti del “caso Enrica Lexie" vivono e lavorano in Italia, pur sottostando all’obbligo di firma e al divieto di lasciare il Paese. Stamane sono stati ricevuti dalla ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, che ha ribadito la sua vicinanza ai due fucilieri della Marina militare. In attesa del verdetto che, comunque vada, rimetterà in moto l’indagine a carico dei due militari. 

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