I migranti ci rubano il lavoro? Per la Bce è una bufala

Secondo l'ultimo bollettino della Banca centrale europea, “la crisi dei rifugiati ha portato a un notevole aumento dei flussi di immigrazione verso la Germania, l'Italia e l'Austria, ma l'impatto sull'occupazione finora è rimasto limitato”. E le differenze sociali tra residenti e immigrati si trasmettono di padre in figlio

Mario Draghi. European Parliament

A settembre, aveva colpito non poco l'analisi della Bce che attribuiva ai migranti un contributo decisivo per la ripresa dell'Eurozona. Oggi, l'istituto di Francoforte aggiunge un altro tassello: il loro impatto sulla forza lavoro resta limitato. Come dire, creano ricchezza e non ci rubano il lavoro. Anche perché la loro condizione occupazione e socioecomica è stagnante: dai padri ai figli non c'è mobilità sociale.

Crisi dei rifugiati: flussi in aumento ma impatto limitato sulla forza lavoro

La crisi dei rifugiati ha portato a un notevole aumento dei flussi di immigrazione verso la Germania, l'Italia e l'Austria, ma l'impatto sulla forza lavoro finora è rimasto limitato", scrive la Bce nel suo ultimo bollettino mensile. “Nei maggiori paesi dell'area dell'euro, gli immigrati hanno un'età media inferiore e un livello di istruzione medio lievemente inferiore rispetto ai cittadini dei paesi ospiti".

"In tali paesi - prosegue il rapporto - la quota di cittadini stranieri in età lavorativa (dai 15 e i 64 anni) è più ampia di quella dei cittadini dei paesi stessi. Questo suggerisce inoltre che l'aumento del numero di lavoratori più anziani all'interno della popolazione in età lavorativa sarebbe stato ancor più pronunciato senza i recenti flussi migratori”.

Le condizioni sfavorevoli del mercato del lavoro

"Le condizioni del mercato del lavoro in Europa sono meno favorevoli per gli immigrati di quanto non lo siano per i cittadini europei - continua la Bce - L'immigrazione in Europa è spesso associata alla dequalificazione, ovvero gli immigrati trovano impieghi per i quali è necessario un livello di istruzione più basso rispetto a quello in loro possesso. Ciò è di solito ascrivibile alla loro mancanza di qualifiche ed esperienze specifiche per il paese ospite, oltre che al tempo necessario per il riconoscimento dei loro titoli di studio".

Le distanze sociali si trasmettono da padri a figli

Nel corso del tempo, aggiunge l'Eurotower, "la differenza nella distribuzione delle qualifiche fra cittadini e immigrati diminuisce, ma di solito permangono dei divari. Le condizioni del mercato del lavoro meno favorevoli per gli immigrati si riflettono in diversi altri indicatori: ad esempio, la quota di lavoro temporaneo è più elevata, il reddito e il tenore di vita sono inferiori e i risultati ottenuti dai loro figli nell'ambito delle indagini Pisa su conoscenze e abilità sono peggiori".

Per quel che riguarda il grado di integrazione nel mercato del lavoro, osserva ancor la Bce "si è riscontrato che, in Europa, le differenze fra cittadini e immigrati vengono trasmesse alle generazioni successive, o in alcuni casi persino amplificate, mentre ciò non accade negli Stati Uniti. Ciò suggerisce che vi sono margini di miglioramento nell'integrazione nel mercato del lavoro degli immigrati nei paesi europei".

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