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Green deal, ecco perché i fondi Ue per la transizione andranno solo a Taranto e al Sulcis

Il Nord Italia rimane senza finanziamenti europei messi a disposizione da Bruxelles per la de-carbonizzazione delle attività inquinanti. La maggiore capacità di riconversione delle aree più ricche del Paese avrebbero influito sulla decisione

Con uno stanziamento provvisorio di 7,5 miliardi di euro, il Fondo per la giusta transizione - introdotto nell'ambito del Green deal europeo - servirà ai territori economicamente più dipendenti dalle fonti combustibili fossili per riconvertire la propria industria nell’ottica della sostenibilità ambientale. La quota di finanziamenti spettante all’Italia, che dovrebbe essere di poco inferiore ai 400 milioni di euro da usare nei prossimi sette anni, porta andare a beneficio di sole due aree del Belpaese. Si tratta della zona di Taranto, in Puglia, e del Sulcis-Iglesiente, in Sardegna. 

La mappa degli interventi-2

I 20mila posti di lavoro a rischio in Puglia

La decisione è stata comunicata questa mattina all'internio della relazione economica sull’Italia, in occasione della pubblicazione dei report su tutti i Paesi Ue. L'area di Taranto, si legge nel documento della Commissione, “ospita una delle maggiori acciaierie in Europa (l'ex Ilva; ndr) e una delle tre più grandi centrali elettriche a carbone in Italia, da cui deriva grande inquinamento industriale da gas a effetto serra, ma anche da altre sostanze inquinanti e particelle”. “Quest’area - prosegue il report - è economicamente fortemente dipendente dall'acciaieria, che impiega circa 10mila dipendenti, e ulteriori 10mila nell’indotto”. 

L'ultima miniera di carbone 

“Nel Sulcis Iglesiente - si legge con riferimento all’area nel Sud Sardegna - l'ultima miniera di carbone in Italia del Monte Sinni dovrebbe azzerare gradualmente la produzione di carbone entro il 2025”. Lo stabilimento “impiega 350 dipendenti e la sua produzione è in costante calo”. "L'area è inoltre caratterizzata da un'alta percentuale di anziani, pochi giovani laureati, un alto tasso di disoccupazione giovanile (35,7%), un basso reddito pro capite e una qualità della vita complessivamente bassa”, sottolinea la Commissione europea.

I piani della Commissione

Gli investimenti promessi da Bruxelles dovrebbero riguardare, in particolare, la “diffusione di tecnologie e infrastrutture per energia pulita a prezzi accessibili, efficienza energetica ed energia rinnovabile, anche in siti industriali che emettono elevati gas a effetto serra con l'obiettivo di ridurre le emissioni”, ma anche il “risanamento e decontaminazione di siti, progetti di ripristino e riqualificazione del territorio”, “creazione di nuove aziende, anche attraverso incubatori di imprese e servizi di consulenza”.

Niente fondi al Nord Italia

Rimarranno invece a secco di fondi Ue le aree industriali di Lombardia e Piemonte, inizialmente incluse tra le zone da riconvertire. La decisione di Bruxelles sarebbe motivata, secondo quanto si apprende da fonti Ue, dalla maggiore capacità economica di auto-riconversione delle aree industriali del nord del Paese. Mentre per il calcolo della quota assegnata a ogni Paese di finanziamenti del Fondo per l’equa transizione sono state prese in considerazione le emissioni pro capite e altri indicatori calcolati su base nazionale, per l’assegnazione delle aree beneficiarie del Fondo si sarebbe seguita un’altra logica. I funzionari della Commissione hanno infatti tenuto conto della situazione economica delle aree coinvolte dall’intervento e dal potenziale impatto, come la perdita di posti di lavoro, derivante dalla riconversione industriale. Un ragionamento che, a quanto si apprende, avrebbe anche comportato l’esclusione dall’elenco dei beneficiari di finanziamenti dell’area industriale che circonda Vienna. La capitale austriaca, in virtù dell’economia locale non in difficoltà, dovrebbe - nelle speranze della Commissione - riuscire a ridurre l’impatto ambientale delle proprie attività economiche senza bisogno di finanziamenti da Bruxelles.

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