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Martedì, 29 Novembre 2022
La crisi energetica

La Germania blocca il tetto al prezzo del gas chiesto dall'Italia

La Commissione Ue d'accordo con Berlino: "Meglio chiedere sconti ai fornitori". Ma 15 Paesi protestano. Sul tavolo anche le tasse sugli extraprofitti e gli aiuti anti-rincari

Niente tetto sul prezzo del gas, come richiesto da Italia e altri 14 Stati membri (ma non da Germania e Olanda), perché metterebbe a rischio la sicurezza degli approvvigionamenti in Europa. Per limitare i costi, meglio "impegnarsi con i fornitori di gas credibili" per ottenere sconti nel breve termine e sviluppare "una partnership stabile di lungo termine durante la transizione energetica". È quanto scrive la Commissione europea nel suo 'non paper', il documento di lavoro che contiene la posizione dell'esecutivo comunitario e su cui si baseranno i negoziati dei ministri Ue nel summit straordinario sull'energia di domani 30 settembre, sul cui tavolo ci sono misure come le tasse sugli extraprofitti e i sussidi a famiglie e imprese.

Lo stop al price cap rischia di complicare le trattative: "Diversi Paesi membri, molti dei firmatari della lettera" indirizzata alla Commissione europea per chiedere il tetto al prezzo del gas, "stanno diventando sempre più nervosi rispetto al fatto che la Commissione non abbia ancora reagito. E' un dato di fatto", ha dichiarato un funzionario Ue in vista del Consiglio straordinario dell'Energia di domani. "La lettera dei 15 direi che è stata fatta per fare pressione alla Commissione", ha aggiunto. "Allo stesso tempo, ci sono Paesi che si oppongono" al tetto ai prezzi. Quindi, "posso confermare che molti Stati membri stanno diventando sempre più inquieti per il fatto di non vedere una risposta concreta. Ma allo stesso tempo e' anche vero che dal tavolo non arriva una voce unitaria", ha continuato. "Le discussioni vanno avanti e penso che la Commissione debba ascoltare molto attentamente quello che i ministri avranno da dire su questo punto particolare", ha aggiunto.

Secondo quanto ricostruito da Politico, la decisione di Bruxelles di non inserire il price cap tra le sue proposte sarebbe un assist alla Germania, che insieme a un gruppo di Paesi, tra cui Olanda, Danimarca e Svezia, si sta opponendo a questa misura. Dal punto di vista Berlino, alle prese con l'interruzione dei flussi di gas dalla Russia, priva di terminali di gas naturale liquefatto con cui sostituire gli ammanchi da Est, e con la Francia che non può garantire elettricità da nucleare in quantità sufficiente, la cosa più importante al momento è garantire le forniture: il price cap potrebbe portare i fornitori dell'Europa, non solo Mosca, a ridurre le loro consegne.  Meglio dunque prezzi alti, visto anche gli ampi margini di bilancio delle casse tedesche.

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Il ragionamento di Berlino è più o meno lo stesso degli altri Paesi che non hanno sostenuto la lettera di Italia, Spagna, Francia e Polonia (e altri 11 Stati membri) inviata alla Commissione per fare pressioni sul tetto ai prezzi dell'oro blu, sia che arrivi dai gasdotti, che dai sempre più numerosi carichi di gnl (raddoppiati rispetto al 2021 grazie soprattutto agli Stati Uniti). Ad accomunare i contrari al price cap, nota Politico, è il fatto che tutti questi Paesi hanno margini di bilancio ampiamenti sufficienti per sostenere i prezzi record dell'energia. Inoltre, Olanda e Danimarca hanno anche un interesse diretto, dato che sono esportatori di gas. 

Di contro, i fautori del tetto cominciano a fare i conti con i contraccolpi dei sussidi a famiglie e imprese sui bilanci. La proposta di Bruxelles di colpire gli extraprofitti delle compagnie energetiche per fare cassa non sembra sufficiente a far fronte al caro-bollette. Come uscire dall'impasse? L'idea della Commissione è di "impegnarsi con i fornitori di gas credibili per raggiungere, nel quadro di uno schema ragionevole, dei punti di riferimento comuni per ridurre i prezzi salvaguardando la sicurezza delle forniture e sviluppando una partnership stabile di lungo termine durante la transizione energetica". Si tratterebbe di far negoziare l'Ue con i singoli fornitori, un po' come successo per i vaccini. Bruxelles ha fatto sapere che questo tipo di discussioni sono già in corso con la Norvegia, diventata il primo fornitore di gas nell'Ue dopo la guerra in Ucraina.

Ma anche questa strada potrebbe rivelarsi complicata e, in ultima istanza, inefficace. Tra le ragioni dell'opposizione al price cap, la Commissione fa notare che per far funzionare tale misura occorrerebbe un'apposità autorità Ue che si occupi di redistribuire in modo equo i flussi di gas scontato tra i Paesi membri. Creare una nuova autorità non è roba che si può fare in tempi rapidi, e inoltre i governi potrebbero litigare tra loro sui critersi con cui dividersi le scorte. Ma il problema di mettere d'accordo gli Stati Ue si presenterebbe anche con la proposta di negoziare prezzi collettivi più bassi con i fornitori. In tale opzione, infatti, si procederebbe ad acquisti congiunti di gas. E anche qui scatterebbe il nodo politico: come dividere le forniture? 

L'impressione è che, con l'inverno alle porte, l'Europa rischia di pagare non solo il costo della crisi internazionale, ma anche quello delle divisioni interne. Il rischio di uno storico autogol è dietro l'angolo: le ripercussioni sociali dei rincari si stanno facendo sentire ovunque, e vanno di pari passo con la crescita di consensi dei movimenti populisti anti-Ue. Proporre solo di ridurre i consumi senza azioni chiave per ridurre alla fonte il caro-bollette potrebbe solo alimentare il malcontento tra famiglie e imprese nei confronti non solo dei governi in carica, ma anche di Bruxelles. 

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