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Lunedì, 27 Giugno 2022
Sicurezza energetica

La geopolitica del gas: come l'Ue può sostituire le forniture russe

Bruxelles ha annunciato che taglierà di due terzi la sua dipendenza da Mosca, ma trovare rapidamente alternative questa indispensabile fonte energetica non sarà facile

La guerra in Ucraina costringe l’Unione europea a riconsiderare le proprie priorità: contano di più i diritti umani o l’approvvigionamento di gas naturale? L'Ue vuole punire la Russia di Vladimir Putin per l'invasione dell'Ucraina, riducendo le importazioni dal paese, ma per salvaguardare la propria sicurezza energetica, si rivolge a dei regimi autoritari. La geopolitica del gas ha dei limiti sia politici che logistici: le forniture multimiliardarie non si sostituiscono da un giorno all’altro, né si creano rapidamente le infrastrutture per la ricezione, lo stoccaggio e la distribuzione del carburante.

Missione autonomia

Ad oggi, l’Ue importa dalla Russia circa il 40% del suo fabbisogno di gas naturale per un totale di quasi 155 miliardi di metri cubi (bcm). Ma dopo l’invasione dell’Ucraina, la Commissione europea ha elaborato il piano REPowerEU per ridurre di due terzi la dipendenza dell’Ue dal gas russo entro la fine del 2022. Nel breve termine saranno aumentate le forniture alternative di gas naturale e si punterà sull’acquisto massiccio di gas naturale liquefatto (gnl).

Ci sarà poi l’aumento delle riserve: oggi lo stoccaggio fornisce circa il 25-30% del gas che l’Ue consuma in inverno, ma la Commissione vuole il riempimento al 90% entro ottobre ogni anno. Inoltre, Bruxelles vuole garantire un’equa ripartizione dei costi. Vedremo infine operazioni coordinate di rifornimento tramite appalti congiunti, raccolta di ordini e forniture.

Su questi temi si stanno peraltro spendendo i governi di Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, che a Roma hanno concordato la “via mediterranea” al gas imperniata su tre punti: acquisto e stoccaggio comuni, tetto massimo ai prezzi d’importazione del gas e separazione di questi da quelli dell’energia elettrica.

Da chi importiamo il gas

Secondo i dati Eurostat, il 44% del gas importato dall’Ue nel 2020 è arrivato dalla Russia, mentre Norvegia e Algeria hanno fornito rispettivamente il 20% ed il 12%. Se il Paese scandinavo (il secondo produttore continentale) rifornisce principalmente l’Europa settentrionale, lo Stato nordafricano pompa il proprio gas soprattutto verso Spagna, Portogallo e Italia. Al momento Oslo sarebbe già al massimo della capacità di produzione, mentre Algeri potrebbe aumentare le forniture ma la questione è irta di ostacoli politici. Seguono Regno Unito (5,5%) e Stati Uniti (5%).

Tra le altre via di ingresso del gas c’è poi il Tap (che rifornisce l’Italia passando per l’Albania), che nelle speranze di Bruxelles potrebbe passare dagli attuali 8 a 10 bcm annui di forniture. Il controverso gasdotto transadriatico è la parte finale di un maxi-progetto da 40 miliardi di dollari, il Corridoio meridionale del gas, creato per far arrivare nei mercati europei il gas dell'Azerbaigian, che arriva attraverso la Turchia.

Il gas dall’Africa

L’Europa riceve già grandi volumi di gas dai Paesi nordafricani, che però non sembrano nelle condizioni di aumentare la loro produzione. La Libia, ad esempio, è collegata all’Italia dal gasdotto Greenstream, che corre per 520km sotto il mare a circa 1200m di profondità.

Ma il principale fornitore regionale dell’Ue è Algeri: è il secondo esportatore a Roma (tramite il Transmed, via Tunisia) e il primo a Madrid, cui fino a ottobre scorso forniva oltre il 43% del suo gas. Tra i due Paesi era attivo il gasdotto Maghreb-Europa, che riforniva Madrid via Marocco ma è stato bloccato dall’Algeria per il deteriorarsi dei rapporti con Rabat. Ora è rimasto in funzione solo il Medgaz, che fornisce direttamente alla Spagna il 23% del suo fabbisogno e che dovrebbe essere ampliato in futuro.

Ci sarebbero poi i Paesi dell’Africa subsahariana, Nigeria in testa, che possiedono alcuni tra i giacimenti più ricchi al mondo e sono in cerca di nuovi mercati, ma devono scontare una carenza cronica di infrastrutture e investimenti, senza considerare l’instabilità politica del continente che minaccia la sicurezza delle forniture.

Cantieri aperti

Nel Mediterraneo, Bruxelles sta lavorando al gasdotto Eastmed, che dovrebbe collegare la rete europea del gas ai ricchi giacimenti offshore del Mediterraneo sud-orientale. Una volta completato, bypasserebbe la Turchia ed allaccerebbe direttamente la rete cipriota a quella europea. I lavori dovrebbero terminare nel 2027, insieme a quelli per Poseidon, che dovrebbe agganciare all’Eastmed anche l’Italia ma che sono al momento in naftalina.

C’è inoltre il progetto Midcat: dovrebbe collegare Francia e Spagna (per connettere Madrid alla rete europea di distribuzione) ma è stato messo in pausa dalle autorità francesi, probabilmente su pressione delle lobby nucleari. Ma la rinnovata necessità di sganciarsi dalle forniture russe potrebbe imprimere un’accelerata anche a quest’opera, che renderebbe la penisola iberica un hub energetico continentale.

Diritti umani e geopolitica 

Ma l’acquisto del gas non è immune da problemi: da un lato si finisce per finanziare amministrazioni che non brillano per il rispetto dei diritti umani, dall’altro si rischia di mettere a repentaglio la sicurezza non solo energetica ma anche militare di aree politicamente instabili.

Il Corridoio meridionale che arriva in Italia attraverso il Tap è l’esempio perfetto. La ciclopica infrastruttura parte in Azerbaigian, teatro di uno dei più drammatici tracolli democratici dell’intera Eurasia e Paese in perenne conflitto con l’Armenia. Passa in Georgia, che ospita da decenni un “conflitto congelato” con due regioni separatiste sostenute da Mosca. Infine, prima di arrivare in Grecia, attraversa la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che ha un lungo storico di disinteresse per i diritti umani e che continua a reprimere la minoranza curda dentro e fuori i propri confini.

C’è poi la geopolitica pura, che incide sulle alleanze internazionali. Ad esempio, pare che Washington sia scettica sull’Eastmed perché rischierebbe di alienare Ankara, alleato chiave nella Nato soprattutto nella prospettiva della crisi ucraina. Tagliarla fuori dalle rotte energetiche del Levante, secondo la Casa Bianca, potrebbe essere un boomerang strategico.

Dall’altra parte del Mediterraneo si gioca un’altra partita chiave, quella con l’Algeria. Le sue dispute con il Marocco sulla sovranità del Sahara Occidentale sono state recentemente complicate dall’inaspettata giravolta diplomatica di Madrid che ha appoggiato un vecchio piano di Rabat per “annettere” l’area contesa. Del resto, Algeri è un’alleata storica di Mosca, che la sostiene all’Onu e da cui importa armi. Il Paese nordafricano ha recentemente aperto ad un aumento della fornitura verso l’Europa via Italia bypassando la Spagna, che è corsa ai ripari acquistando gnl dagli Stati Uniti.

Infine, gli intrecci geopolitici e strategici nel quadrante del Levante e del Mediterraneo sud-orientale sono, possibilmente, ancora più complessi e vedono un bilanciamento tra gli interessi egiziani, israeliani, turchi, libanesi, ciprioti e greci.

I problemi del gnl

Infine, vanno considerati gli ostacoli tecnici per l’utilizzo massiccio del gnl, pure caldeggiato dalla Commissione europea. Questo combustibile molto versatile arriva dalla liquefazione a freddo del gas naturale, che permette una riduzione del volume rendendolo più pratico da conservare (ma anche fino a 5 volte più costoso). Per spostarlo, dunque, non sono necessarie tubature ma bastano delle apposite navi, che lo possono però scaricare solo in porti dotati di attrezzature ad hoc. Una volta stoccato, poi, il gnl dev’essere rigassificato per poter essere poi pompato nelle tubature delle reti di distribuzione. In Europa, la Spagna è l’unico Paese con impianti di rigassificazione di grandi dimensioni.

Nel 2020 i più grandi esportatori di gnl sono stati Australia, Qatar e Stati Uniti, che però sarebbero tutti alla massima capacità di produzione. Il Qatar, che è stato “invitato” dagli alleati americani ad alleviare la crisi europea del gas, ha detto di non essere disposto a rompere i suoi contratti a lungo termine con i clienti asiatici per soddisfare le necessità temporanee europee.

Ma anche se aumentassero le importazioni di gnl, all’Ue mancherebbero comunque le infrastrutture necessarie per la ricezione, lo stoccaggio e la distribuzione di questo carburante. Attualmente, i terminali di gnl sono in Regno Unito, Spagna e Francia, mentre Germania, Cipro e Finlandia stanno lavorando per crearne di nuovi.

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