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Domenica, 27 Novembre 2022

Quanto ancora può durare l'intoccabilità del gas di Putin?

L'annuncio iniziale di Gtsou, l'operatore del gas di Kiev, aveva fatto pensare a un improvviso stop delle forniture russe che transitano attraverso l'Ucraina, e da qui al resto d'Europa. In realtà, i dati pubblicati finora mostrano che il gas di Mosca continua a scorrere attraverso il Paese, anche se a un livello inferiore rispetto ai giorni precedenti (il taglio dovrebbero essere di un terzo dei livelli attuali). E soprattutto, a differenza di quanto accaduto in precedenza con Polonia e Ungheria, stavolta la russa Gazprom non centra: a ridurre il flusso dei rubinetti è stata la stessa Ucraina, lamentando "cause di forza maggiore", ossia la presenza delle truppe del Cremlino vicino al punto di ingresso di Sokhranivka che ostacolerebbe le operazioni di transito. In tutto questo, dalla Germania all'Italia, sono arrivate rassicurazioni sul fatto che la minor fornitura non è motivo di preoccupazione. Tanto rumore per nulla, insomma? Forse. Ma la mossa di Kiev potrebbe anche rivelare altro. 

È noto fin dall'inizio della guerra che una delle armi su cui Vladimir Putin punta di più non è in mano all'esercito, ma si trova nei giacimenti di gas e petrolio. In particolare l'"arma del gas" è quella che finora ha permesso al leader del Cremlino di frenare la corsa alle sanzioni dell'Europa, dandogli il tempo di riorganizzarsi finanziaramente e commercialmente per resistere alle misure punitive dell'Occidente. Non è un caso che l'unica banca che sembra finora intoccabile per l'Ue sia Gazprombank, ossia l'istituto controllato dal gigante del gas russo e da cui passano i pagamenti in arrivo da Germania, Italia e gli altri clienti "gold" d'Europa. 

Eppure, qualcosa comincia a muoversi anche su questo fronte. La decisione di Bruxelles di proporre un embargo sul petrolio è stato il primo campanello d'allarme per Mosca: da un punto di vista strettamente finanziario, le esportazioni del greggio e dei suoi derivati rappresentano la fonte principale di introiti per la Russia nel suo commercio energetico con l'Ue. Le resistenze dell'Ungheria (e non solo) hanno fin qui bloccato l'embargo. Ma Budapest prima o poi dovrà mollare la presa. I manager di Lukoil e Rosneft, le principali compagnie petrolifere russe, lo sanno, e stanno già cercando di aumentare le loro forniture a Cina e India (oltre a poter contare per qualche anno su una quota restante di forniture europee per via delle probabili esenzioni a Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca, e forse anche alle regioni dell'Est della Germania).

Diverso il discorso nel caso di un simile embargo sul gas: tanto per una parte dell'Ue (a partire dalla Germania), quanto per la Russia, sarà difficile trovare alternative nel breve termine, questo è chiaro da tempo. Ma anche qui qualcosa comincia a muoversi, e forse anche per un errore di calcolo di Mosca: lo stop alle forniture a Polonia e Bulgaria deciso da Gazprom due settimane fa non ha ottenuto il cataclisma sperato dal Cremlino. Entrambi i Paesi sono riusciti a riorganizzare i loro approvvigionamenti in tempi record, lanciando anche un messaggio, almeno da parte di Varsavia, alla Germania: se possiamo farlo noi, perché non potete farlo anche voi?

E qui arriviamo all'annuncio delle autorità ucraine: la decisione di Kiev di ridurre (per ora di un terzo) i flussi giornalieri di gas russo che transitano sul suo territorio potrebbe da un lato dimostrare che l'arma blandita con sicumera da Putin in tutti questi anni non è più così potente, e dall'altro mettere pressione all'Europa affinché acceleri la disconnessione dai giacimenti di Mosca. Il problema non è tanto di quantità (c'è sempre il Nord Stream che dalla Russia arriva direttamente in Germania a poter compensare eventuali cali nelle forniture via Ucraina), ma politico: quanto ancora può durare l'intoccabilità di Gazprom? Una risposta che grava soprattutto su Berlino.  

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha da tempo avvertito gli alleati che senza il gas russo il rischio per l'Europa, non solo per la Germania, è di finire in una profonda recessione. Ma all'interno del suo governo c'è chi non è perfettamente in linea con questi scenari catastrofici: i Verdi, sotto la guida del ministro dell'Economia Robert Habeck, stanno strigendo accordi in giro per il mondo per aumentare gli appovvigionamenti di gas naturale liquefatto. E lo stesso Habeck ha presentato una proposta di legge per accelerare la costruzione di terminali per il gnl di cui il Paese è attualmente sprovvisto. La proposta prevede meno burocrazia per ottenere i permessi di costruzioni, compreso il fatto che i terminali potranno essere costruiti anche senza la valutazione di impatto ambientale. Non certo una mossa elettorale per Habeck, visto che gli ambientalisti, ossia il nocciolo duro del consenso dei Verdi, sono già sul piede di guerra. 

Evidentemente, accelerare l'addio al gas di Putin è diventata una priorità anche in un pezzo importante della politica tedesca. E forse non è un caso che lo stop ucraino sia arrivato a poche ore dalla visita di Annalena Baerbock, la ministra degli Esteri di Berlino, anche lei dei Verdi. Nonché la prima leader tedesca a raggiungere Kiev dallo scoppio della guerra. 

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