L'assalto dei 'frugali' al Recovery Fund. Meno soldi, più condizioni

Fonti Ue non smentiscono che i Governi più ostili ai sussidi all'Italia vorrebbero ridurre il volume degli aiuti e legarli a obiettivi decisi in sede Ue. Intanto i Paesi più ricchi si portano a casa la vittoria sui rebate. E Orban minaccia il veto

Il Consiglio europeo straordinario iniziato questa mattina a Bruxelles è la prima occasione di incontro di persona tra i 27 leader di Governo dei Paesi Ue dopo quasi cinque mesi di riunioni a distanza. Le videoconferenze imposte dal coronavirus hanno avuto l’effetto di allargare anche le distanze politiche, oltre che fisiche, tra i capi di Stato e di Governo, spaccati da mesi in fazioni che rispecchiano i bisogni economico-sociali dei rispettivi Paesi membri, più che le diverse idee politiche. La proposta di bilancio sul tavolo è quella di Charles Michel, presidente del Consiglio europeo. 

Tra recovery e rebate

Quest’ultimo ha passato anche la giornata di ieri al telefono con i leader più scettici sul piano di bilancio europeo che comprende il Recovery Fund da 750 miliardi richiesto dai Paesi mediterranei (Italia, Francia e Spagna in testa), ovvero i più colpiti dalla crisi del coronavirus. L’ex premier belga, nella sua proposta di mediazione, ha incluso anche importanti concessioni all’altra fazione di Stati Ue, quella dei Paesi frugali. Olanda, Austria, Danimarca e Svezia si sono infatti aggiudicate - per altri sette anni - i tanto vituperati rebate, i rimborsi per i contributi al bilancio Ue a vantaggio dei Paesi che partecipano maggiormente alle finanze di Bruxelles senza ricevere in cambio abbastanza fondi Ue. Un marchingegno inventato negli anni ’80 per venire incontro alle pretese del Regno Unito e considerato da archiviare a più riprese. Salvo poi essere sistematicamente rinnovato. 

Tagli e condizionalità

La vera partita si gioca sul piano di sussidi e prestiti, meglio noto come Recovery Fund. I frugali, nelle ultime ore, avrebbero chiesto di ridimensionare il piano, probabilmente per preoccupazione di risentirne in termini di politica interna. I 500 miliardi di sussidi, già mal digeriti per il carattere di sovvenzione a fondo perduto, dovrebbero essere al massimo 400 o ancora meno secondo i Governi nordici più intransigenti. Se i soldi sul piatto sono ritenuti eccessivi, le condizionalità ad essi legati vengono giudicate insufficienti dagli esecutivi Ue meno solidali e più preoccupati di vedere dissipate le risorse europee, e dunque dei contribuenti dei loro stessi Paesi. Alcuni Governi, confermano fonti informate sul dossier, vorrebbero mantenere il controllo sulla destinazione delle risorse grazie a un sistema di approvazione delle erogazioni da Bruxelles collegato al raggiungimento di obiettivi e traguardi stabiliti in sede intergovernativa. Un sistema come quello già previsto da Michel e possibilmente potenziato da altri lacci e lacciuoli, o persino dal potere di veto nella disponibilità di tutti gli esecutivi nei confronti dei piani di ripresa degli altri Stati membri. Ma resta da vedere se i mediterranei decideranno di assoggettarsi a una simile ‘troika a 27’ dove gli altri Governi potrebbero dire la loro sui piani di riforme e investimenti nazionali.

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Le minacce di veto

Altra questione da non sottovalutare riguarda le condizionalità sullo Stato di diritto, che vincolerebbero i Governi al rispetto degli standard come l'indipendenza della magistratura e la trasparenza amministrativa per ricevere fondi dal bilancio Ue. “Per alcuni Governi è importante avere più vincoli rispetto a quelli attuali, mentre altri Paesi ritengono che basti l’articolo 7 del Trattato”, ha spiegato nella giornata di ieri un funzionario Ue a un gruppo di giornalisti, con un riferimento alla norma che finora non ha consentito a Bruxelles di chiudere i rubinetti dei finanziamenti comunitari ai Paesi che non rispettano tali principi. A rendere più teso il clima della trattativa è il veto minacciato dal Governo di Viktor Orban pochi giorni fa. L’ennesimo, dopo una serie di aut aut paventati nelle ultime settimane da tanti altri leader. Che se non saranno disposti a cedere qualcosa ai ‘rivali’ Ue dovranno darsi appuntamento chissà per quante altre riunioni “decisive”. 

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