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Martedì, 16 Aprile 2024
Il caso / Sudan

Come l'Ue e l'Italia hanno finanziato la guerra in Sudan (per fermare i migranti)

Lanciato a Roma nel 2014, il Processo di Karthoum ha portato decine di milioni di fondi europei nel Paese africano nel nome della lotta ai trafficanti. Ma che sarebbero stati usati dai paramilitari delle Rsf

Decine di milioni di euro dell'Ue versati al Sudan in cambio della "cooperazione" sui migranti avrebbero finanziato i paramilitari delle Rsf, le forze di intervento rapido guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo che da giorni si stanno scontrando con l'esercito regolare del Paese africano. È una denuncia che ong per i diritti umani e media internazionali sollevano da anni, e che adesso torna alla ribalta nel pieno della nuova e sanguinosa guerra civile che sta sconvolgendo questo Stato, strategico, tra le altre cose, per i flussi di migranti verso l'Europa.

Il Processo di Karthoum

Tutto nasce nel 2014, quando Ue e Sudan si impegnano in quello che viene ribattezzato il Processo di Karthoum, un patto in cui lo Stato africano si impegna a combattere la migrazione illegale in direzione dell'Europa in cambio di finanziamenti per lo sviluppo. A spingere per questo accordo è soprattutto l'Italia, e non a caso l'iniziativa viene lanciata in pompa magna a Roma. L'interesse italiano è chiaro: per la sua posizione, il Sudan può fare da muro ai flussi che dal Corno d'Africa (Somalia, Etiopia, Eritrea), ma anche dallo Yemen, puntano dritti alla Libia e da qui alle nostre coste. 

I paramilitari delle Rsf

Nel quadro dell'accordo c'è l'European trust fund per l'Africa, il fondo creato dall'Ue allo scopo di 'curare' alla radice le cause che spingono le persone a migrare, ma che nelle more dei suoi progetti prevede una serie di azioni volte a contrastare il traffico dei migranti e a pagare le strutture di accoglienza (da alcuni attivisti definite prigioni) dove vengono stipati i clandestini. Per il Sudan, questo fondo prevede ben 217 milioni di euro, di cui 13 milioni dedicati specificatamente a vari progetti di gestione della migrazione.

Stando a diverse inchieste e testimonianze, parte di queste risorse sono andate proprio alle milizie delle Rsf, che avrebbero fatto della gestione della migrazione un business con cui finanziarsi e rafforzare la loro spesa militare. Diventando di fatto il secondo potere all'interno del Sudan al fianco di quello ufficialmente riconosciuto a livello internazionale. Nodo centrale di questa attività anti-migranti è il confine con la Libia: i soldati delle Rsf avrebbero avuto in questi anni il ruolo di riprendere i clandestini arrivati in Libia e riportarli in patria. Dei veri e propri respingimenti nel deserto.

L'accusa dell'Onu

A confermare il ruolo delle Rsf nella gestione dei flussi è stato anche il segretario dell'Onu Antonio Guterres, che in una lettera ha denunciato l'espulsione dalla Libia, avvenuta il 31 gennaio scorso, "di più di 400 migranti e richiedenti asilo, tra cui donne e bambini, principalmente provenienti dal Ciad e dal Sudan, la maggior parte dei quali espulsi verso il Sudan". Le agenzie Onu, scrive Avvenire, avrebbero voluto visitare i migranti e intervistarli, ma "alle organizzazioni internazionali non è stato concesso l'accesso". Tuttavia grazie a contatti locali e testimonianze raccolte dopo la deportazione è stato possibile accertare che prima dell’espulsione i migranti sono stati sottoposti "a traffico di esseri umani, torture, violenze sessuali e di genere, estorsioni". Molti vengono 'assunti' direttamente dalle milizie come schiavi. 

Il ricatto dei migranti e la Russia

In altre parole, i fondi per la lotta ai trafficanti, quelli dell'Ue e dunque anche dell'Italia, sono finiti per finanziarie dei paramilitari, alcuni dei quali accusati di crimini contro l'umanità dai tempi della guerra del Darfur, che di fatto sono essi stessi dei trafficanti di esseri umani. E questo secondo il vertice dell'Onu. Bruxelles, finora, ha assicurato che i suoi fondi non sono andati alle Rsf, e non è chiaro se i flussi verso il Sudan siano proseguiti o meno. Avvenire segnala che il 7 febbraio scorso, sui social media dei paramilitari, è comparso un post che sembrava essere un messaggio diretto all'Ue e all'Italia: mostrando le immagini di alcune decine di migranti subsahariani catturati nel deserto, il post ricorda "che il Sudan è un Paese di transito per gli irregolari che vogliono raggiungere l’Europa attraverso il mar Mediterraneo, favoriti dalla mancanza di moderni sistemi di controllo lungo i confini con l’Egitto, la Libia e il Ciad".

L'equipaggiamento per il controllo dei confini significa mezzi e armi. Il ricatto appare palese. Tanto più visto il recente incontro tra il ministro degli Esteri russo Lavrov e i vertici delle Rsf, seguiti, sempre secondo Avvenire, da contatti tra i paramilitari sudanesi e il gruppo Wagner. Ossia i mercenari russi che, secondo la nostra intelligence, starebbe lavorando in Africa per spingere sempre più migranti verso l'Europa. 

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