Il paradosso delle elezioni Ue a Londra: schiaffo alla Brexit, ma Farage va verso il trionfo

Più che una competizione su programmi il voto si baserà sulle posizioni dei partiti nei confronti del divorzio dall'Unione europea. Per i conservatori si preannuncia un disastro, mentre l'ex leader dell'Ukip è dato intorno al 30%

Foto Ansa EPA/ANDY RAIN

Il Regno Unito è entrato in quella che sarà probabilmente la campagna elettorale più surreale della sua storia. I cittadini britannici saranno chiamati a votare il 23 maggio per eleggere degli eurodeputati che dopo pochi mesi quando la Brexit, decisa ormai tre anni fa ma mai attuata, diventerà finalmente realtà. Il voto servirà soprattutto a capire gli umori del Paese rispetto al divorzio dall'Unione europea ed è considerato da molti una sorta di secondo referendum con i voti che si polarizzeranno molto, più che sui programmi, tra sostenitori del Leave e del Remain e con l'astensionismo che molto probabilmente sarà il grande vincitore.

Tracollo Tory

I più imbarazzati da questa campagna elettorale sono sicuramente i Tory, il partito di Theresa May e del suo governo che non è riuscito a “deliver”, a portare a termine la Brexit. In tutti i sondaggi sono dati in caduta libera e ci si attende per loro un risultato disastroso. Secondo il Guardian i conservatori temono di arrivare addirittura sesti, non riuscendo nemmeno a raggiungere il 10% dei consensi. I sondaggi parlano di un 14%, che sarebbe comunque un risultato pessimo, peggiore anche della performance negativa del Labour quando, allora al governo, alle europee del 2009 rimediò un misero 15% sotto la guida di Gordon Brown. Il partito non ha prodotto nessun programma per le elezioni e a livello nazionale non non parteciperà alla campagna elettorale. Il tutto sarà lasciato ai candidati che dovranno cavarsela da soli, facendo affidamento solo sui proprio sostenitori e sui propri fondi.

Farage verso la vittoria

L'emorragia di voti dei conservatori è destinata a rafforzare principalmente il Brexit Party, la nuova creatura di Nigel Farage, destinato a un nuovo exploit riuscendo a catalizzare i consensi di tutti gli hard leavers. Secondo i sondaggi sarà primo con circa il 29% dei voti. Già nelle elezioni europee del 2014 Farage fu il vincitore con il 26,6% dei voti ottenuti dall'Ukip, partito dal quale è uscito da tempo in polemica con la linea troppo di destra e anti islamica che ha assunto, e che senza di lui alle urne è destinato a un risultato modesto.

Il fronte del Remain diviso

Non avranno invece la stessa forza catalizzatrice i partiti che sostengono il Remain che, presentandosi in ordine sparso, dovranno quindi dividersi i consensi dei britannici contrari al divorzio dall'Ue. Il fronte è costituito dai Lib Dems, dai Greens, da Change UK, nato da una scissione del Labour e che ha poi aggregato anche conservatori europeisti, lo Scottish National party e i gallesi del Plaid Cymru. Per provare a evitare che la dispersione di questi voti impedisca l'elezione dei candidati europeisti, l'imprenditrice e storia sostenitrice del Remain, Gina Miller, ha lanciato il sito Remain United, che mostra in ogni circoscrizione quale partito ha più possibilità di eleggere un candidato, per far convogliare i voti su di lui. Suggerisce di votare i liberali in Inghilterra, il Plaid Cymru in Galles e l'SNP in Scozia. Sono soprattutto i LibDem a sentire di poter ottenere un buon risultato e il partito guidato dal 76enne Sir Vince Cable, spera di bissare il successo delle recenti elezioni locali nelle quali è riuscito a eleggere ben 1.350 consiglieri nei vari Comuni andati alle urne, una crescita di ben 703 eletti rispetto al 2015. Il loro slogan elettorale è piuttosto chiaro: "Bollocks to Brexit", una sorta di Vaffa alla Brexit in salsa britannica.

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Il Labour prova a smarcarsi

Il Labour infine, fedele alla sua linea, sta provando a smarcarsi dalla contrapposizione tra chi sostiene il divorzio e chi lo avversa. “Non stiamo cercando di conquistare i voti dei leavers o quelli dei remainers. Noi ci rivolgiamo a tutti ", ha detto Jeremy Corbyn nel lanciare la campagna elettorale. "La vera divisione nel nostro Paese non è nel modo in cui le persone hanno votato al referendum sull'Ue. La vera divisione è tra i molti e i pochi", ha detto rimarcando lo slogan del partito “For the many, not the few”, che si riferisce alla divisione tra ricchi e poveri nel Paese. I sondaggi del Financial Times danno il Labour secondo, dietro Farage, con il 25%. Secondo un'analisi del giornale il partito di Corbyn è destinato a perdere il 13% di chi lo ha sostenuto nel 2017 a favore del Brexit Party e ben il 28% potrebbe invece dirigersi verso il fronte dei remainers. La leader dello Scottish National party, Nicola Sturgeon, questo lo sa bene, e per questo ha incentrato la sua campagna elettorale proprio nella critica a Corbyn, accusato di atteggiamento ambiguo sulla Brexit per non per mai sostenuto convintamente l'ipotesi di un secondo referendum e per aver accettato di partecipare a trattative bilaterali coi Tory, trattative che al momento non sembrano destinate a un successo. "Non c'è dubbio che il Labour sia un partito pro-Brexit, proprio come i Tories”, ha sentenziato Sturgeon.

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