Quanto costano le lobby all'Ue? "Fino a 70 miliardi"

E' quanto emerge una ricerca tedesca: le istituzioni europee hanno fatto passi in avanti ma il peso, in particolare dei grandi gruppi industriali, è ancora troppo grande. E serve più trasparenza

Foto Eu Commission

“L’Europa fa ancora poco contro l’influsso delle lobby, sebbene, spesso, faccia più dei singoli Stati membri”, questo il giudizio di LobbyControl, associazione che indaga le strategie di influenza da parte delle lobby in Europa e in Germania. A Bruxelles, ad esempio, sono 454 le organizzazioni non governative registrate nel Registro per la trasparenza, 948 le associazioni di impresa, 444 i gruppi di pressione, 244 i sindacati e associazioni professionali.

Il rapporto

L’associazione ha presentato il rapporto 2019 a Berlino in una conferenza stampa con il presidente Imke Dierßen e Nina Katzemich, tra gli autori del rapporto. Entrambe hanno sottolineato come “certamente sono stati fatti passi in avanti negli ultimi anni, tuttavia il potere dei grandi gruppi imprenditoriali e industriali è ancora estremamente rilevante. Basti pensare al fatto che sulle questioni relative a energia e clima, l’88% degli incontri è stato realizzato con rappresentanti delle imprese e appena il 12% con rappresentanti di organizzazioni ambientali”.

Miglioramenti ci sono stati per quanto riguarda la politica commerciale: la commissaria europea al Commercio, Cecilia Malmström, ha costantemente pubblicato, a partire dal 2014, le posizioni della Commissione nelle singole trattative. Il rapporto considera estremamente positivi questi interventi che hanno permesso di avere un quadro chiaro sin dall’inizio nelle negoziazioni con Australia e Nuova Zelanda. Tuttavia, mentre le grandi imprese sono molto organizzate – di solito oltre l’80% degli incontri avviene con i loro rappresentanti – il peso di sindacati, società civile e istituti di ricerca è considerevolmente più basso.

I principali lobbisti

Tra le prime dieci organizzazioni che lavorano maggiormente per provare a influenzare le decisioni comunitarie c’è il Consiglio europeo delle industrie chimiche, poi FTI (una società di consulenza finanziaria), Google e Microsoft. Gli autori del rapporto ipotizzano che simili organizzazioni abbiano provato a sottrarsi a parametri fiscali più stringenti: “Ad oggi si possono ipotizzare mancati introiti fiscali per una cifra tra i 50 e i 70 miliardi di euro: cinque e le sei volte il finanziamento annuale dell’Unione europea per ricerca e istruzione”.

Registro della trasparenza

Passi in avanti sono stati fatti proprio con la definizione del registro della trasparenza che ha ‘mappato’ le organizzazioni attive a Bruxelles. Inoltre tanto i commissari quanto i parlamentari sono sottoposti a controlli del patrimonio – nel caso della Commissione Ue anche di quello del coniuge e dei figli – e sono state assunte misure per rendere più chiaro il lavoro dei lobbisti. In particolare, il presidente Jean-Claude Junker ha imposto che dal 2014 i commissari, i direttori generali e i membri dei singoli gabinetti possano tenere incontri, di cui va data pubblicazione, solo con rappresentanti di organizzazioni presenti nel Registro.

Il Parlamento potrebbe fare di più

Katzemich sottolinea, però, come “queste misure andrebbero estese, dovrebbero cioè essere valide non solo per i commissari, ma anche i funzionari, perlomeno quelli di livello medio. Inoltre la trasparenza deve diventare obiettivo anche di tutte le agenzie dell’Unione. Il Parlamento dovrebbe seguire l’esempio della Commissione e uniformarsi all’obbligo di trasparenza sugli incontri con i lobbysti, esteso anche ai collaboratori dei parlamentari”. Il rapporto denuncia come negli ultimi anni soprattutto i conservatori abbiano osteggiato tutte le iniziative per rendere il lavoro del parlamento più trasparente e pubblico. Anche il presidente dell'Aula Antonio Tajani è stato sino ad oggi, come del resto i suoi predecessori, troppo morbido nell’imporre anche solo il rispetto dell’attuale codice di comportamento – per la verità ben poco stringente in confronto a quello della Commissione – per i parlamentari.

Il Consiglio il meno trasparente

Uno dei problemi principali, all’interno delle istituzioni europee, sarebbe costituito dal Consiglio, cioè dai governi nazionali. Dierßen ricorda come proprio questa istituzione abbia il metodo di lavoro meno trasparente di tutte le altre. Questo impedisce di tarare il peso delle lobby e delle altre organizzazioni sui singoli governi nazionali: ecco che una delle richieste è proprio quella di estendere le norme della trasparenza degli incontri anche ai funzionari del Consiglio, sebbene gli ostacoli a questo intervento non siano certamente pochi. Allo stato attuale, secondo il rapporto, “alla richiesta delle organizzazioni impegnate per la trasparenza, solo le rappresentanze permanenti di due governi hanno reso pubblici i loro incontri con lobbisti, Olanda e Romania”. Uno dei problemi più grandi per la trasparenza e la riduzione del peso delle grandi lobby, dunque, sarebbe rappresentato proprio dai singoli Governi nazionali più che dalle istituzioni europee.

Le proposte

Tra le proposte dell’associazione c’è anche quella di ridurre il peso degli esperti delle grandi imprese assumendo più personale nelle sedi istituzionali europee. Ad esempio, nella commissione lavorano circa 32mila persone a fronte di oltre cinquecento milioni di cittadini, troppo poco anche se li si confronta al numero di addetti che i singoli Stati hanno all’interno della propria amministrazione. Inoltre occorrono regole più stringenti, sia per i commissari che per i parlamentari, per disciplinare il passaggio dalle attività politiche a quelle imprenditoriali: il caso tipico è quello di soggetti che al termine del proprio mandato in Europa assumono funzioni all’interno di imprese o di lobby. Il caso forse più noto è quello di José Manuel Barroso, ex presidente della Commissione, poi divenuto consigliere di Goldman Sachs. “Un segnale fatale, inviato alle cittadine e ai cittadini dell’Unione”, come LobbyControl denunciò già nel 2014.

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