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Domenica, 3 Marzo 2024
Sanzioni

Il petrolio russo e gli 8mila posti di lavoro a rischio in Sicilia

Con l'embargo deciso dall'Ue, la raffineria di Priolo potrebbe chiudere i battenti. Innescando un effetto a catena su un polo da 1,1 miliardi di euro all'anno

Quando poco dopo la mezzanotte il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, ha annunciato l'intesa dei 27 Paesi membri sull'embargo al petrolio russo, in un angolo della Sicilia c'è chi ha visto concretizzarsi le paure circolate nelle ultime settimane. Perché a Priolo, in provincia di Siracusa, ci sono 8mila posti di lavoro che dipendono direttamente e indirettamente dal greggio importato da Mosca. E che genera un giro d'affari da 1,1 miliardi annui che rappresenta circa un punto del Pil siciliano. Occupazione e introiti che potrebbero presto scomparire. A meno che non si trovino soluzioni alternative all'oro nero della Russia. 

La Sicilia che parla russo 

Tutto ruota intorno all'Isab, la raffineria controllata dalla russa Lukoil attraverso la società svizzera Litasco. L'impianto dà lavoro a circa mille dipendenti. Ma dal greggio lavorato qui dipende un sistema petrolchimico che in totale impiega circa 8mila persone, dicono i sindacati. E che negli ultimi anni ha fatto sempre più affidamento agli investimenti stranieri: oltre all'Isab ci sono l'algerina Sonatrach, che gestisce la raffineria di Augusta, la francese Air Liquide e la sudafricana Sasol. L'Erg della famiglia Garrone ha da poco abbandonato l'area, vendendo la sua centrale elettrica all'Enel. L'Eni ha mentenuto, attraverso la controllata Versalis, la sua azienda chimica.

Come spiegato bene dall'Espresso, questi impianti sono strettamente interconnessi tra loro: si ferma uno, vanno in crisi pure gli altri. Ma l'impressione che vivono da tempo gli operai del triangolo tra Augusta, Priolo e Siracusa, è che il petrolchimico sia una sorta di polo morto che cammina. La guerra in Ucraina, paradossalmente, aveva finora invertito la tendenza, almeno italiana, a disinvestire nell'area: secondo i dati raccolti dal Financial Times a maggio sono già arrivati da Mosca nel nostro Paese 450 mila barili di greggio, quattro volte quello importato a febbraio. L'Italia è diventata il principale importatore di petrolio russo in Europa e questo incremento è dovuto quasi tutto all'aumento delle consegne di greggio della Lukoil alla sua raffineria siciliana. "Solo il 30% del greggio di Isab era russo prima delle sanzioni, ora è al 100% perché le banche italiane hanno bloccato le linee di credito della raffineria, quindi Lukoil è diventato il suo unico fornitore",  spiega Alessandro Tripoli, del sindacato Femca Cisl, al Financial Times.   

Il nuovo trend è destinato però a finire: l'embargo al petrolio russo dovrebbe scattare all'inizio del 2023. E qualcuno teme che la Lukoil possa chiudere i battenti anche prima del tempo e lasciare la Sicilia. Cosa succederà è difficile immaginarlo adesso. Il governo italiano e l'Eni hanno di recente stretto accordi con l'Algeria e la Sonatrach, ma non si è parlato di un'eventuale estensione degli investimenti algerini nel polo. Per Simone Tagliapietra, ricercatore del think tank Bruegel, una possibile soluzione è la nazionalizzazione, un po' come fatto per l'ex Ilva di Taranto.

Il triangolo della morte

Il parallelo con l'acciaieria è significativo: come l'ex Ilva, anche il petrolchimico ha un ruolo strategico per un intero territorio a corto di occupazione. E come l'ex Ilva, anche qui i dati sanitari sollevano da tempo la connessione tra l'alta incidenza di tumori e altre malattie gravi, e la presenza industriale. Un recente studio dell'Istituto superiore di sanità ha rilevato, in quello che è stato ribattezzato il "triangolo della morte", una mortalità in eccesso potenzialmente legata all’inquinamento. "L’incidenza complessiva dei tumori maligni, esclusi quelli della pelle, risulta in eccesso rispetto alla popolazione delle regioni del Sud e Isole in entrambi i generi", si legge nel rapporto. Che segnala anche lo strano caso dei tumori alla mammella riscontrati negli uomini, "un evento raro".

I difensori del petrolchimico lamentano da tempo che i fattori di inquinamento non sono riconducibili solo al business del petrolio. Ma è chiaro che, come a Taranto, la scelta tra salute e lavoro ha fatto sempre pendere l'ago verso il secondo aspetto. Ora, potrebbero essere le sanzioni Ue alla Russia, sostenute dal nostro governo, a risolvere il dilemma. A Palazzo Chigi, fonti sentite dal Financial Times assicurano che sul tavolo del ministro dello Sviluppo, il leghista Giorgetti, ci sono diverse opzioni per affrontare l'eventuale addio di Lukoil. Chissà se tra queste c'è anche un'eventuale transizione ecologica dell'area: la Sicilia è insieme alla Puglia tra le regioni europee con il più alto potenziale di sviluppo del fotovoltaico e dell'eolico. La Erg, prima di lasciare la centrale siracusana, ha ottenuto la licenza per la costruzione di due nuovi impianti eolici nell'Isola, per un investimento di 100 milioni di euro. 

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