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Sabato, 21 Maggio 2022
L'incognita / Francia

Perché i voti della sinistra francese potrebbero andare a Marine Le Pen

Jean-Luc Mélenchon è arrivato terzo con il 22%. Quel bacino di consensi potrebbe passare alla destra nazionalista, come protesta contro l’agenda liberista di Macron

Il primo turno delle presidenziali francesi è andato come previsto. Il presidente uscente, Emmanuel Macron, si è piazzato saldamente in testa con il 27,85% seguito dall’eterna sfidante, Marine Le Pen, poco sopra il 23%. Fino a qui, nulla di nuovo. Ma il ballottaggio potrebbe essere più imprevedibile di 5 anni fa. Il candidato della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon ha conquistato il terzo posto con quasi il 22%: secondo i sondaggisti, saranno proprio i suoi voti l’ago della bilancia. Inoltre, sulla strada del Macron bis potrebbe mettersi un tasso d’astensione particolarmente elevato.

Déjà-vu?

Apparentemente, si è riproposto lo stesso copione del 2017, quando la Francia scelse il centrista Macron, leader del neonato La République en marche!, per guidare l’Eliseo. L’ultima volta, il candidato liberale sbaragliò l’avversaria ultra-nazionalista con il 66,1%, risultato di un cordon sanitaire che si rivelò efficace nel tenere Le Pen lontana dallo scranno presidenziale. Oggi, il distacco tra i due contendenti, che hanno entrambi aumentato i propri voti, è addirittura maggiore.

Cinque anni fa, il “botto” di Macron fu possibile anche grazie agli elettori della sinistra radicale, che al primo turno avevano dato un dignitoso 19,6% al leader de La France insoumise Jean-Luc Mélenchon. Al secondo turno, Mélenchon si appellò ai suoi sostenitori perché arginassero l’avanzata della destra e garantì un serbatoio di voti all’outsider ex banchiere, che divenne così il più giovane leader francese dai tempi di Napoleone. Nel 2017 il 53% degli elettori melenchonisti votò per Macron, mentre il 32% si astenne.

Voto di protesta

Tuttavia, stavolta potrebbe andare diversamente. Secondo Capital, che cita diversi sondaggi d’opinione, gli elettori di Mélenchon potrebbero decidere di votare per Le Pen in protesta contro Macron. Il 21,95% delle preferenze raccolte dall’Union populaire del barricadero 70enne (che ha fatto incetta di voti soprattutto tra i giovani) potrebbe infatti dividersi più equamente tra i due candidati al ballottaggio, mentre una grossa percentuale finirebbe nell’astensione. Come nella vecchia teoria del “ferro di cavallo”, i sostenitori di partiti estremisti sarebbero accomunati dalla distanza dal centro, e il loro voto di protesta potrebbe convergere sull’unico dei due candidati anti-establishment rimasto in gara. Mentre il presidente uscente è universalmente visto come difensore degli interessi economici delle fasce più benestanti della popolazione (il “presidente dei ricchi”), sia Mélenchon che Le Pen si sono focalizzati sui temi sociali.

Battaglie comuni, ad esempio, sono quella contro l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni (proposto da Macron) o quella in difesa del potere d’acquisto dei francesi (con Mélenchon che vorrebbe alzare il salario minimo a 1.400 euro mensili). Oppure quella, che di sociale ha poco ma ha comunque un certo peso, per sfilare Parigi dalla Nato. 

Il tema della lotta di classe su cui ha battuto Mélenchon potrebbe suggerire che un voto contro Macron sia necessario per rompere con la stagione del liberismo pro-mercato. Oltre metà delle preferenze espresse sono andati a figure anti-sistema sia di destra che di sinistra, mentre i due storici partiti di massa d’oltralpe, socialista e repubblicano, sono in caduta libera e insieme non hanno superato il 7%.

Asse anti-Macron 

Jean-Philippe Tanguy, vice direttore della campagna lepenista, è convinto che al secondo turno si costruirà uno “sbarramento sociale” contro Macron. “Sulle questioni economiche, sulla salvaguardia dello Stato sociale, ci sono convergenze” tra il programma di Le Pen e quello di Mélenchon, ha confermato Benjamin Morel, docente di diritto pubblico all’Università di Parigi II. “Una parte dell’elettorato popolare che non si posiziona sulla divisione destra-sinistra e che è sensibile all’offerta politica sulle questioni sociali può facilmente passare” da uno schieramento all’altro tra i due turni, ha aggiunto.

Inoltre, come sottolinea Jean-Philippe Derosier, esperto associato alla Fondation Jean-Jaurès, il rifiuto delle politiche di Macron potrebbe cementare l’asse anti-establishment: “Strutturalmente, l’elettorato estremista di entrambe le parti tende a riunirsi perché è fondamentalmente di protesta: sostiene tesi radicali contro l’ordine stabilito. Per ottenere il cambiamento, questi elettori non avranno altra scelta che votare per Marine Le Pen al secondo turno”.

Così, c’è chi predice che oltre il 30% dei voti di Mélenchon possano trasferirsi alla candidata della destra contro il 28% al presidente uscente. D’altra parte, altre previsioni più sobrie stimano intorno al 20% l’emorragia di voti da sinistra a destra: un dato significativo ma comunque al di sotto del sostegno per l’attuale inquilino dell’Eliseo (favorito dal 30% degli elettori melenchonisti).

Le Pen presidente?

Per alcuni, Le Pen capitalizzerà sui voti non solo dell’altro candidato dell’estrema destra, Eric Zemmour (7%), ma anche su quelli della candidata dei repubblicani di centro-destra, Valérie Pécresse (4,8%), visto il processo di normalizzazione del partito portato avanti con successo dalla nipote di Jean-Marie, storico fondatore del Front national che ora si chiama Rassemblement national e sta allargando i consensi verso il centro, cannibalizzando gli ormai defunti Républicains. Gli stessi militanti lepenisti hanno ammesso di essere stati accolti in maniera diversa (cioè con meno pregiudizi) dal pubblico durante la campagna elettorale rispetto al 2017. 

Recenti sondaggi darebbero Le Pen a soli sei punti di distacco da Macron per il ballottaggio (53%-47%), mentre una proiezione di domenica sera accorciava la distanza a tre punti, 51% contro 49%. Pare infatti sostanzialmente ridotta la presa della retorica del “fronte repubblicano”, che predica la convergenza di tutti i partiti dell’arco democratico contro l’estrema destra.

Ma è ancora forte l’indigeribilità di Le Pen per molti francesi. Se gli elettori seguiranno le indicazioni dei loro leader, Macron dovrebbe contare su una solida base: non solo i suoi, ma anche i repubblicani di Pécresse (che ha suggerito ai suoi sostenitori di scegliere l’inquilino uscente dell’Eliseo) e soprattutto la sinistra di Mélenchon, il quale ieri ha ripetuto per ben tre volte di non dare “nemmeno un voto a Madame Le Pen” (sebbene non abbia suggerito di sostenere Macron). 

Lo spettro dell’astensione

La vera incognita potrebbe dunque essere l’astensionismo. Secondo un sondaggio di Ifop, circa il 44% dei sostenitori di Mélenchon sarebbe intenzionato a votare scheda bianca o non recarsi ai seggi, riducendo il vantaggio del presidente uscente sulla rivale. Altre proiezioni parlano di una spaccatura dell’elettorato melenchonista in 3 parti uguali: un terzo voterà per Macron, un terzo per Le Pen, un terzo si asterrà. Quel che è certo è che per la maggior parte si sentono politicamente “orfani”, delusi e arrabbiati per un potere che percepiscono come sordo ed autoreferenziale.

In effetti, l’astensione è stata alta già al primo turno, quando più di un francese su quattro ha disertato il voto (26,31%). Un dato significativo, anche se più basso del previsto: secondo alcuni sondaggi, si sarebbe sfiorato il 30%, superando il record del 2002 quando oltre il 28% dei francesi scelse di non votare.

Per molti elettori melenchonisti, dunque, votare al ballottaggio del 24 aprile sarebbe un esercizio inutile, perché non ritengono valida nessuna delle due alternative. In gran parte credono che l’esito già scritto sia il bis di Macron, per cui non provano grande simpatia. Diversi altri, invece, decideranno probabilmente di “turarsi il naso” e votare nuovamente Monsieur le Président, pur di scongiurare una vittoria di Le Pen. In ogni caso, a meno di un improbabile spostamento in massa dei voti di Mélenchon per Le Pen, Macron resta il grande favorito anche al secondo turno.

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