Draghi presidente della Commissione Ue? Salvini: “Sarebbe motivo d’orgoglio”

Totonomine, sul presidente della Bce c’è l’ok di Roma e la stima unanime dei partner europei dimostrata nell’ultimo summit a Bruxelles. E tra veti incrociati e assenza di leadership ecco perché l’italiano ce la potrebbe fare

Secondo un’indiscrezione del giornale La Stampa, il Governo italiano sarebbe pronto ad appoggiare la candidatura di Mario Draghi per la presidenza della Commissione europea. Interrogato dai giornalisti durante la riunione del G20 in Giappone, il premier Giuseppe Conte non ha smentito l’ipotesi, ma ha tenuto un atteggiamento estremamente cauto, limitandosi a dire che “alcune candidature sono più probabili, altre meno”. Meno prudente è stato il vicepremier Matteo Salvini, che durante la trasmissione Agorà su Rai Tre ha detto: “Sarebbe motivo d’orgoglio avere un italiano a presiedere la Commissione europea, mi sa che bisognerebbe convincere francesi e tedeschi”.

L'ovazione a Bruxelles

“Però Draghi a livello europeo ha dato dimostrazione di efficacia”, ha aggiunto il ministro degli Interni, dando prova, una volta tanto, di pensarla come i partner a Bruxelles. Draghi ha infatti ricevuto una calorosa ovazione durante l’ultimo summit del Consiglio europeo quando l’attuale presidente della Banca centrale europea, in chiusura del suo intervento di fronte ai leader, ha ricordato che il suo mandato è in scadenza a fine ottobre.

In quell’occasione presero la parola per congratularsi con lui non solo il premier Conte, ma anche il presidente francese Emmanuel Macron, il cipriota Nicos Anastasiadis, il primo ministro irlandese Leo Varadkar, e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Quest’ultimo poche ore dopo ha scherzato coi giornalisti: “Ho constatato con un certo piacere, divertimento e felicità che non è facile sostituirmi”, ha detto in conclusione dell’incontro che è terminato con la fumata nera sulla nuova Commissione Ue.

Tra poltrone europee e bordate di Trump

Il totonomine in Europa è ormai diventato a un cubo di Rubik che ruota attorno a cinque poltrone di peso. Parlamento, Commissione e Consiglio sono già alla ricerca di un presidente, al quale poi si aggiungerà l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue. E, come ricordato dallo stesso Draghi, l’ultima scelta di peso riguarderà la nomina del presidente della Bce.

Draghi è finito recentemente nel mirino del presidente americano Donald Trump, che l’ha dapprima accusato per la sua politica monetaria del quantitative easing, in quanto colpevole di “aver reso ingiustamente più facile [per gli europei] competere con gli Stati Uniti”. L’inquilino della Casa Bianca ha poi tirato nuovamente in ballo il nome di Draghi in una dura polemica con Jerome Powell, presidente della banca centrale statunitense Federal Reserve. “Dovremmo avere Draghi al posto del nostro uomo alla Federal Reserve”, ha dichiarato il presidente degli Usa.

Chi entra papa esce cardinale

Ma la politica internazionale non è un talent show e le nomine di peso rientrano in un gioco di poteri e veti incrociati, governati dalla sacrosanta regola secondo cui chi entra papa esce cardinale. Lo sanno bene i due tedeschi Manfred Weber e Jens Weidmann, candidati di punta a presiedere rispettivamente la Commissione e la Banca centrale europea. Le speranze del primo sono ormai ridotte al lumicino dopo che, uno dopo l’altro, i principali leader di Governo e di partito europei ne hanno evidenziato la debolezza sul piano internazionale, sostenendo pubblicamente di non ritenerlo adatto alla successione di Junker.

Weidmann è invece stato sbeffeggiato pubblicamente da Emmanuel Macron in una vicenda, anche questa, che riguarda personalmente Mario Draghi. Per anni, il “falco” tedesco presidente della Deutsche Bundesbank non ha infatti risparmiato critiche alle politiche monetarie della Bce, poco rigorose e troppo generose per i suoi gusti. Salvo poi “convertirsi” negli ultimi mesi agli effetti positivi del quantitative easing con il solo scopo di assicurarsi, a detta degli addetti ai lavori, l’appoggio dei Paesi mediterranei, quasi tutti con difficoltà di bilancio, per la corsa alla successione di Draghi alla Bce. “Sono contento”, ha commentato Macron, “significa che abbiamo tutti del bene in noi e possiamo migliorare”. “Ne traggo una lezione di ottimismo per la natura umana”, ha concluso il capo dell’Eliseo con il chiaro intento di sfottere l’ambizioso Weidmann. E tra le velleità di potere dei tedeschi e il proverbiale sciovinismo dei francesi, chissà se a spuntarla sarà, ancora una volta, lo stimato economista italiano.

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