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Martedì, 16 Aprile 2024
L'iniziativa

La direttiva Ue sulla “due diligence” riguarderà solo l’1% delle imprese europee

Il restante 99% delle aziende è esentato dalle nuove norme che impongono il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente

L’Ue ha presentato le nuove regole sulla “due diligence” aziendale, che mirano a rendere le imprese più responsabili rispetto alle violazioni dei diritti umani e i danni ambientali dei propri partner commerciali. Ma le norme si applicheranno solo all’1% delle imprese europee, lasciando dunque la stragrande maggioranza di queste fuori dallo scrutinio di Bruxelles. Secondo quanto si dice nei corridoi di Bruxelles, il testo della proposta legislativa sarebbe stato “annacquato” dalla Commissione europea rispetto alla versione originale e ora alcune sue previsioni, come un regime di responsabilità civile, apparirebbero più diluite. 

La direttiva sulla cosiddetta “due diligence di sostenibilità aziendale” stabilisce alcuni criteri che le aziende devono osservare per garantire il rispetto dei diritti umani e di standard ambientali minimi, sia quando operano all’estero che quando i loro soci operano in Europa. Un obbligo di diligenza, appunto, come suggerisce il termine stesso, per aumentare la responsabilità degli agenti economici. Gli Stati membri saranno quindi tenuti ad adeguare le loro normative in materia, obbligando le imprese a identificare, prevenire e mitigare gli abusi dei diritti umani (come lo sfruttamento dei lavoratori o il lavoro minorile) e la violazione degli standard ambientali lungo tutta la loro catena di valore. 

Come specificato dalla Commissione, tuttavia, le nuove regole si applicheranno solo a una platea di circa 13mila imprese con sede in Ue: le piccole e medie imprese (Pmi), incluse le microimprese, sono escluse dall’obbligo di diligenza (che risulterebbe troppo oneroso), ma potranno comunque beneficiare di alcune “misure di supporto” per mitigare gli effetti indiretti sulle loro attività. Le Pmi rappresentano grosso modo il 99% delle imprese europee: di fatto, dunque, l’obbligo di “responsabilità” si applica ad una fetta esigua del totale degli attori commerciali in Europa. 

La proposta legislativa suddivide i propri target in due gruppi. Il primo comprende le imprese con più di 500 dipendenti e un fatturato netto annuale di almeno 150 milioni di euro (da calcolarsi a livello globale per le aziende europee e a livello Ue per quelle di Paesi terzi). Secondo i calcoli di Bruxelles, si tratta di circa 9400 ditte europee più altre 2600 extra-Ue. Queste imprese dovranno inoltre disporre un piano per garantire che la loro strategia commerciale sia compatibile con gli accordi di Parigi sul clima, che fissano il limite all’aumento del riscaldamento globale a 1,5ºC. 

Nel secondo gruppo ci sono invece quelle con almeno 250 dipendenti e un fatturato superiore ai 40 milioni annui, a patto che almeno la metà di questi derivi da un settore definito ad alto rischio (quali l’industria agricola, tessile o mineraria). A queste aziende, stimate in 3400 basate in Ue e 1400 in Paesi terzi, le nuove regole sulla due diligence si applicheranno con 2 anni di ritardo.

Gli amministratori delle imprese saranno poi coinvolti direttamente in questo sforzo europeo: su di loro incorrerà l’obbligo di controllare l’attuazione della diligenza dovuta e di integrarla nella strategia aziendale. Inoltre, ci si aspetta che tengano conto delle ricadute a livello dei diritti umani e delle conseguenze ambientali delle proprie decisioni.

Secondo Euractiv, l’esecutivo comunitario ha ricondotto il ridimensionamento della normativa alle “riflessioni” proposte dal Regulatory scrutiny board (Rsb): l’organo interno alla Commissione aveva ritardato la proposta legislativa fornendo due parei negativi l’anno scorso. L’Rsb aveva sollevato forti dubbi sull’inclusione delle piccole e medie imprese, che nella versione finale del testo sono appunto state escluse. L’organo è stato recentemente al centro di forti critiche provenienti da diversi eurodeputati e da alcuni studiosi per la sua presunta mancanza di trasparenza e responsabilità democratica. Secondo un gruppo di aziende che spingeva per l’adozione di regole più stringenti sulla due diligence, l’Rsb è stato “catturato” dagli interessi delle lobby economiche che proteggono le multinazionali.

Per assicurare l’implementazione delle norme, la direttiva includerà anche delle disposizioni che si applicheranno tanto al pubblico quanto al privato, sotto forma di sanzioni e di un regime di responsabilità civile. Quest’ultimo dovrebbe permettere alle persone che fossero colpite dalle operazioni di una società europea di portare in tribunale la società in questione in qualunque Stato membro, posto che questa non abbia agito con sufficiente diligenza per prevenire, minimizzare, porre fine o mitigare gli impatti negativi della propria attività commerciale. 

Se questo regime di responsabilità civile è stato una battaglia di chi si è battuto per una responsabilità maggiore da parte delle imprese, va riconosciuto che ha comunque una portata limitata. Infatti, nota ancora Euractiv, nel momento in cui un’azienda europea abbia ottenuto garanzie contrattuali dai propri partner commerciali circa il rispetto del codice di condotta dell’azienda stessa, può considerarsi “al sicuro” dalle richieste di responsabilità civile e dalle cause mosse dai consumatori.

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