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Giovedì, 18 Aprile 2024
La corsa al riarmo

"Le armi siano considerate socialmente sostenibili", le lobby della difesa ora pressano l'Ue

Dopo il caso del nucleare e del gas, a Bruxelles si è aperto un nuovo fronte sulla tassonomia. Sulla scorta della guerra in Ucraina

Tra gli effetti collaterali della guerra in Ucraina c’è stata la corsa al riarmo per molti Stati europei: l'Italia ha annunciato che la sua spesa militare raggiungerà il 2%, la Germania investirà 100 miliardi nei prossimi anni per rilanciare il suo esercito, l'Ue potrebbe investire 1 miliardo per sostenere Kiev con armi ed equipaggiamenti. Una corsa che ha ridato fiato alle lobby dell’industria della difesa europea, le quali hanno cominciato a fare pressioni su Bruxelles affinché faccia rientrare gli investimenti militari tra quelli “socialmente sostenibili”.

Il tavolo delle trattative riguarda i lavori in corso alla Commissione europea per dare vita alla tassonomia sociale, ossia il documento che conterrà le linee guida per indirizzare sempre più investimenti pubblici e privati verso quelle “attività economiche che contribuiscono all’avanzamento degli obiettivi sociali” dell’Ue. Sarà così più semplice per gli operatori economici fare investimenti socialmente sostenibili, che rispettino cioè i diritti umani (ad esempio il divieto del lavoro minorile) e contribuiscano allo sviluppo della comunità. L'importanza di questo tipo di documenti lo si è visto di recente con la tassonomia verde: Stati membri, Commissione, lobby dell'energia ed ecologisti hanno dato vita a un lungo braccio di ferro sul nucleare e il gas, alla fine inseriti tra le fonti che potranno accedere ai fondi green. Lo stesso potrebbe accadere adesso con la tassonomia sociale.

La Piattaforma sulla finanza sostenibile, il gruppo di esperti della Commissione Ue per la definizione della tassonomia, ha classificato la produzione d’armi come dannosa sulla base di diversi criteri. In primo luogo, naturalmente, perché sono strumenti letali. Ma c’è anche la questione della corruzione, che secondo alcuni studi sarebbe diffusa nel settore, a causa delle grandi quantità di denaro mosse e delle connessioni spesso opache con il mondo della politica, nonché della segretezza imposta dalle necessità di sicurezza. Infine, non è trascurabile l’impatto ambientale non solo della produzione ma anche dell’utilizzo degli armamenti, con le emissioni militari che in diversi Stati membri rappresentano oltre la metà dell’impronta di carbonio nazionale.

Ma, come riporta Euractiv, i venti in Europa stanno cambiando, con istituti privati, lobbisti e politici che stanno sostenendo pubblicamente la necessità d’includere anche la produzione di armi nella tassonomia. La Banca nazionale ceca, ad esempio, ha sollevato dubbi sulla classificazione delle armi come “socialmente dannose” in questa congiuntura storica: “Gli autori della proposta l’hanno scritta prima della guerra in Ucraina, immagino. L’avrebbero sicuramente scritta diversamente oggi”, ha dichiarato il vice direttore dell’istituto, Marek Mora. Persino la Seb, una delle maggiori banche svedesi, che ha sempre evitato di finanziare la produzione di armamenti, ha recentemente aperto agli investimenti nel settore della difesa.

Un’altra plateale inversione di marcia è avvenuta in Germania, Paese tradizionalmente pacifista. In uno storico cambio di passo, Berlino ha recentemente deciso di investire 100 miliardi nella difesa subito dopo aver approvato per la prima volta l’invio di armi ad uno Stato terzo in guerra (la Germania resta comunque il quinto esportatore mondiale d’armi). Una svolta non solo simbolica ma anche di sostanza (il bilancio nazionale per la difesa nel 2021 era stato di 47 miliardi), con cui il cancelliere Olaf Scholz intende finalmente centrare l’obiettivo Nato di destinare il 2% del Pil alle spese militari. E che è stata accolta positivamente dal settore bancario tedesco: la seconda banca del Paese, la Commerzbank, ha già detto di voler aumentare i propri investimenti nella difesa.

Dal canto suo, il capo dell’Associazione dell’industria tedesca della sicurezza e della difesa, Christoph Atzpodien, ha ribadito che “senza la sicurezza, non si può raggiungere la sostenibilità”. Ma politicamente c’è ancora qualche ostacolo da rimuovere, a cominciare dalla coalizione di governo: secondo l’esperto di governance sociale ed ambientale Max Deml, “l’industria della difesa non ha ancora trovato il sostegno tra i partiti semaforo (Socialdemocratici, Verdi e Liberali, ndr) per essere inclusa nella tassonomia sociale dell’Ue”.

È evidente la portata politica del dibattito, soprattutto in termini comunitari. Il ministro slovacco alla Difesa ha sottolineato che, “dato che l’obiettivo dell’Ue è di sostenere, sviluppare e rafforzare l’industria europea della difesa, le azioni in altre aree della politica europea non dovrebbero contraddire questo obiettivo”. Per ottenere questo risultato, ha rimarcato, è essenziale un accesso “sufficiente e affidabile” ai fondi.

Tutto sommato sembrerebbe una questione di coerenza. Quella insediatasi nel 2019 si è definita una “Commissione geopolitica”, e da mesi spinge sulla cosiddetta autonomia strategica europea, cioè la capacità dell’Ue di non dipendere da Washington per la propria sicurezza. La stessa Bussola strategica, il piano di Bruxelles per fare del Vecchio continente una potenza credibile nel mondo, prevede un rafforzamento delle capacità di difesa congiunte dei Ventisette. Forse la guerra in Ucraina, dopo la débacle in Afghanistan, è un campanello d’allarme da ascoltare.

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