Referendum Sì, Referendum No. Continua il balletto di Di Maio sull'Euro

"L'Europa è cambiata dal 2013", afferma il candidato grillino, quindi non c'è più bisogno di un referendum sulla moneta unica. Peccato che la Ue non sia cambiata come dice lui

ANSA/ANGELO CARCONI

Da un tutti fuori dall'Euro a un l'Europa è cambiata per cui non vale più la pena votare su restare o meno in Eurolandia. Continua così, più sulle spine che sulle punte, il balletto della moneta unica del candidato premier pentastellato Luigi Di Maio.

Il 18 dicembre diceva a L'aria che tira su La7 che "se si dovesse arrivare al referendum, che però io considero una 'extrema ratio', è chiaro che io voterei per l'uscita". Oggi dalle pagine del Fatto Quotidiano Di Maio prima afferma che non intende soffermarsi "su questo argomento perché dà adito solo a strumentalizzazioni" e poi sostiene di confidare che "il referendum non si debba fare, anche perché l'Europa è molto cambiata dal 2013".

L'Europa è cambiata?  

In cosa sarebbe cambiata la Ue? "La Germania - afferma ancora il candidato 5 Stelle al Fatto - non riesce a formare un governo, in Portogallo ce n'è uno di minoranza e in Francia i partiti tradizionali sono stati spiazzati via". "In questo quadro - insiste Di Maio - per l'Italia ci sono maggiori spazi per farsi sentire in sede europea".

I problemi ci sono per la Merkel, questo è vero (ma è anche vero che a inizio 2018 partono i negoziati con la SPD per provare a ricostruire una Grosse Koalition che darebbe nuovo lustro alla cancelliera), ma per il resto non è che in Portogallo e Francia se la passino poi così male da non pesare in Europa, lasciando spazio all'Italia.

Meglio in minoranza

In lusitania il governo socialista di minoranza di Antonio Costa, al potere con l'appoggio esterno del Bloce de Esquerda e dei comunisti della Coligação Democrática Unitária, sta funzionando benissimo tanto in patria, ha vinto alla grande le elezioni amministrative di ottobre, che in Europa, dove è riuscito a piazzare il ministro dell'economia Mario Centeno alla presidenza dell'Eurogruppo. Poltrona a cui puntava pure il nostro Padoan.

Tutti pazzi per Macron, o quasi

Quanto alla Francia, oltre a essere un po' prematuro dar per morti i partiti tradizionali, in particolare i Repubblicani, l'avvento di Macron pare avere aperto nuovi spazi europei, questo sì, ma più per lui che per l'Italia. Già molto attivo sul fronte comunitario, rilanciando l'asse Parigi-Berlino, si attendono le mosse del Presidente transalpino sul versante delle elezioni europee del 2019. Per quell'appuntamento Macron dovrebbe lanciare un nuovo soggetto liberaldemocratico in grado di superare i socialisti ed andare ad insidiare la leadership dei popolari, un'operazione che potrebbe cambiare gli equilibri di potere a Strasburgo, ma anche a Bruxelles, sul fronte elezione del Presidente della Commissione Ue. 

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