Mercoledì, 29 Settembre 2021
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“No al debito Ue e alle condizionalità”: Governo polacco spaccato sull’ok finale al Recovery

L'intero piano di ripresa europeo non può partire senza l'approvazione finale di tutti e 27 gli Stati membri. Malumori e tensione nella maggioranza parlamentare di Varsavia, che rischia di dividersi proprio sul voto fondamentale

“Siamo contrari al federalismo Ue e alla creazione di un singolo Stato europeo” e “non vogliamo essere responsabili del debito di Grecia e Spagna” quindi “non vi è alcuna possibilità che sosterremo il Recovery Fund”. Le esternazioni che mettono in difficoltà il Governo di Varsavia sono arrivate nelle ultime ore da esponenti di primo piano del partito Polonia unita, seconda forza politica della maggioranza parlamentare nonché fiera oppositrice del piano europeo di ripresa Next Generation EU, noto anche come Recovery Fund. La contrarietà del socio di minoranza nell’esecutivo guidato dal primo ministro Mateusz Morawiecki rischia di far saltare l’intero pacchetto di stimolo all’economia Ue. Affinché i soldi arrivino ai Paesi, è infatti necessaria l’approvazione da parte di tutti e 27 gli Stati membri. 

I motivi del 'no': lo Stato di diritto

A far salire la tensione nella compagine di Governo, che in Parlamento conta solo su tre seggi in più rispetto all’opposizione, sono i toni combattivi mantenuti da Polonia unita e dai suoi 19 deputati, che minacciano di non votare in Aula a favore del Recovery. Il ‘no, grazie’ ai quasi 60 miliardi di euro che spettano alla Polonia tra sussidi e prestiti è motivato, innanzitutto, dal meccanismo di tutela dello Stato di diritto introdotto a livello Ue contestualmente all’approvazione del Next Generation EU e del nuovo bilancio settennale europeo. I fondi di Bruxelles, d’ora in avanti, saranno infatti ‘condizionati’ al rispetto dell’indipendenza della magistratura e della lotta alla corruzione e alle frodi. Un sistema per mettere al riparo il bilancio europeo dai rischi di sperpero o clientelismo, ma molto contestato soprattutto dai Paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), e che ha già visto il ricorso di fronte alla Corte di giustizia dell’Ue da parte dei Governi di Budapest e Varsavia. Nonostante l’opposizione espressa in sede Ue, anche gli esecutivi più critici alla fine hanno accettato provvisoriamente il meccanismo, nella speranza di riuscire ad annacquarlo o a bloccarlo in seconda battuta.

Debito Ue e crisi di Governo

Tra gli altri aspetti che non piacciono per niente al secondo partito del Governo polacco c’è poi il meccanismo che permetterà di trasferire i soldi dall’Ue ai Paesi membri. In breve, la Commissione emetterà 750 miliardi di euro in titoli nei mercati finanziari che verranno ripagati nei prossimi decenni. “Abbiamo sempre detto no al debito comune Ue e alla ‘federalizzazione’ dell'Unione, cioè alla creazione di un unico Stato” che unisca gli attuali 27 Paesi membri, ha detto il ‘falco’ di Polonia unita, Michal Wojcik, durante un’intervista rilasciata giovedì all’emittente TVN24. A rincarare la dose è stato l'eurodeputato Patryk Jaki, anch’egli esponente di Polonia unita, che ha scandito: “Non vi è alcuna possibilità che sosterremo il Recovery Fund” e “se il PiS ce lo chiede, non ci sarà spazio per il nostro partito nella coalizione”. La minaccia di far cadere il Governo è rivolta al primo partito del Paese (PiS, acronimo di Diritto e Giustizia), che per approvare il Recovery Fund in Aula dovrà dunque aprire il perimetro della fragile maggioranza parlamentare alle forze politiche dell'opposizione che, secondo quanto riporta la testata Politico, avrebbero chiesto maggiore voce in capitolo sulla spesa delle risorse Ue in cambio del loro soccorso in Aula.

Recovery: timori e ritardi

Dal punto di vista della legislazione europea, l’ok al Next Generation EU è già arrivato, ma per consentire alla Commissione di andare sui mercati a cercare i 750 miliardi di euro che finanzieranno il piano di ripresa è necessario che ogni singolo Paese Ue approvi la modifica alle cosiddette risorse proprie. In sostanza, si tratta delle ‘eurotasse’ che permetteranno di ripianare la spesa del Recovery Fund, che verrà ‘spalmata’ nei prossimi decenni tra tutti gli Stati membri. Un passaggio ritenuto una mera formalità fino a poche settimane fa. Eppure, visti i ritardi dei Paesi (finora meno di dieci hanno finalizzato la procedura) è legittimo cominciare a chiedersi se dietro alla tendenza dei Governi a temporeggiare non si nascondano divisioni interne agli esecutivi, come quelle che scuotono il Governo di Varsavia. È bene ricordare che, ai sensi dell’accordo raggiunto dai leader nello ‘storico’ summit di luglio 2020, la Commissione avrebbe dovuto cercare le risorse a gennaio 2021. Dissidi tra Governi sull’attuazione del Recovery e ritardi tecnici hanno già fatto slittare di sei mesi il ‘treno’ dei fondi Ue e ogni eventuale ulteriore rinvio porterebbe con se nuove critiche alla gestione unitaria della crisi, privilegiando le soluzioni nazionali alla solidarietà europea.

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