menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay
Il cartellone pubblicitario incriminato. ANSA

Il cartellone pubblicitario incriminato. ANSA

Dalle icone sacre a quelle profane: Gesù e Maria possono essere usati come testimonial pubblicitari

Sentenza della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo che da torto alla Lituania e ragione ad un'azienda di abbigliamento: mettere Gesù Cristo e la Vergine Maria in pubblicità non offende la morale pubblica. E va rispettata la libertà di espressione, anche se può scioccare

Dalle icone sacre a quelle pubblicitarie: Gesù Cristo può finire come i comuni mortali con un minimo di happeal commerciale, ossia a prestare la sua immagine come veicolo di vendita di profani prodotti. E con Gesù anche la Vergine Maria. A decidere che la Sacra Famiglia, escluso per il momento San Giuseppe, possa apparire come reclame su cartelloni e on-line è stata la Corte europea dei diritti umani, istituzione che non ha nulla a che vedere con la Ue e che da Strasburgo veglia sul rispetto dei diritti fondamentali in 47 paesi europei.

I giudici di Strasburgo hanno infatti condannato oggi la Lituania, rea di multare un'azienda che faceva pubblicità a jeans e magliette usando le immagini di Cristo e Maria su alcuni poster e in rete. Secondo i giudici la multa inflitta da Vilnius per aver "offeso la morale pubblica" ha violato il diritto alla libertà d'espressione dell'azienda, la Sekmadienis Ltd, che firma vestiti per ragazzi.

Lupi: "Si autorizza il diritto ad offendere miliardi di credenti"

Una sentenza che non è piaciuto a Maurizio Lupi: "la Corte di Strasburgo - scrive su twitter - in nome della libertà di espressione dice che si può fare pubblicità usando immagini di Gesù e di Maria. Invece di tutelare il sentimento religioso di interi popoli autorizzano il diritto di offendere miliardi di credenti. E la chiamano pure libertà". I giudici non la pensano come lui. 

Una diatriba assai poco religiosa

I fatti risalgono al 2012 quando la Sekmadienis lancia una campagna pubblicitaria utilizzando la foto di due giovani, un uomo e una donna, entrambi con l'aureola ed entrambi tatuati, lui in jeans e con i capelli lunghi, lei con un vestito bianco e una collana di perline a mo' rosario nelle mani. Attorno a loro gli slogan "Gesù, che pantaloni!", "Cara Maria, che vestito!" e "Gesù e Maria, cosa indossate!", l'ultima a corredo di una specie di Pietà da grandi magazzini.

Protesta della Conferenza episcopale lituana

Apriti cielo, la campagna innesca una serie di proteste all'Agenzia nazionale per la difesa dei diritti dei consumatori, che chiede l'opinione dell'organo di regolamentazione della pubblicità. Interviene anche la locale Conferenza episcopale ed alla fine all'impresa vengono comminati 580 euro di multa per mancato rispetto della religione e per violazione della morale pubblica.

Il caso arriva a Strasburgo

La Sekmadienis non ci stà e ricorsi su ricorsi si arriva alla Corte di Strasburgo. I giudici, con l'eccezione del rappresentante maltese, emettono la loro sentenza: quella multa non si doveva fare. E quindi, a meno di nuovi ricorsi da parte della Lituania nei prossimi 3 mesi, Vilnius dovrà restituire i 500 euro e rotti più interessi alla Sekmadienis. 

La Sentenza

La Corte ha affermato che le autorità nazionali hanno un ampio margine di manovra su questioni simili in particolare in casi che riguardano un uso commerciale dei simboli religiosi, ma questi margini non sono discrezionali. I togati evidenziano infatti che i poster in questione "non sembrano essere gratuitamente offensivi o profani" e "non incitano all'odio" e che quindi le autorità sono tenute a fornire ragioni rilevanti e sufficienti sul perché nonostante questo sarebbero contrarie alla morale pubblica.

E qui si entra nel merito ed i giudici osservano che le ragioni date dalle autorità "sono vaghe e non spiegano con sufficiente esattezza perché il riferimento nelle pubblicità a simboli religiosi fosse offensivo". In particolare, la Corte critica le autorità di controllo lituane per aver giudicato che le pubblicità "promuovessero uno stile di vita incompatibile con i principi di una persona religiosa", senza spiegare quale fosse lo stile di vita incoraggiato e come le foto e le didascalie in questione lo stessero favorendo. I giudici sono anche critici sul fatto che il solo gruppo religioso consultato per giudicare del caso sia stato quello cattolico.

"La libertà di espressione è essenziale"

Nella sentenza si legge che la Corte di Strasburgo ritiene che "la libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società democratica e una delle condizioni di base per il suo progresso e per l'autorealizzazione individuale di ciascuna persona". Essa, inoltre, "si estende a idee che scioccano, offendono o disturbano". Inoltre, sottolinea che le autorità lituane hanno ritenuto la campagna pubblicitaria contraria alla morale pubblica perché ha usato simboli religiosi "per scopi superficiali", "distorcendo il loro scopo principale" ed essendo "inappropriata". Osservazioni considerate dai giudici come "vaghe e insufficienti per spiegare perché il riferimento ai simboli religiosi nelle pubblicità sia offensivo, se non per il fatto che lo scopo non sia religioso". 

"Le autorità lituane hanno dato priorità alla protezione dei sentimenti religiosi"

Il tribunale conclude che le autorità locali non hanno "raggiunto un giusto equilibrio tra la protezione della morale pubblica e i diritti delle persone religiose da una parte, il diritto alla libertà d'espressione dell'azienda dall'altra". Le posizioni da esse espresse, ha motivato, "dimostrano che hanno dato priorità totale a proteggere i sentimenti delle persone religiose, senza prendere in considerazione in modo adeguato il diritto alla libertà d'espressione della compagnia". Vilnius, quindi, dovrà risarcire con 580 euro l'azienda.

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

EuropaToday è in caricamento