“Così li aiutiamo a casa nostra”

A Bruxelles oltre 25mila cittadini (non solo belgi) hanno messo a disposizione la stanza degli ospiti per dare un letto ai circa 300 migranti che dormono all'addiaccio al Parc Maximilien

I volontari della Piattaforma di sostegno ai rifugiati / Facebook

Il Parc Maximilien è una piccola oasi di verde tra i palazzi residenziali e gli uffici nei pressi della Gare du Nord, a Bruxelles. Qui, nell'estate del 2015, nel momento più acuto della crisi dei migranti che ha investito l'Europa, era stato messo in piedi, abusivamente, un vero e proprio centro per rifugiati, con centinaia di uomini, donne e bambini ospitati in tende e decine di servizi offerti da volontari. Il centro è stato smantellato pochi mesi dopo, ma il parco continua a essere meta dei migranti che non trovano altro rifugio. Un fenomeno contro il quale si era scagliato il ministro per l'Immigrazione, il nazionalista fiammingo Theo Francken, dichiarando la necessità di intervenire per “ripulire” il parco. Le sue parole hanno sollevato un polverone di polemiche. Ma la risposta di Bruxelles non si è limitata all'indignazione e oggi, grazie all'iniziativa della Piattaforma di sostegno ai rifugiati, centinaia di persone e famiglie hanno messo a disposizione la propria casa per dare un tetto, anche solo per una notte, a chi, nel rigido inverno belga, si trova a dormire all'addiaccio.

L'iniziativa si chiama “Hébergement plateforme citoyenne” e, come racconta il giornalista Fabio de Ponte su La Stampa, in pratica funziona come un sorta di Airbnb: chi ha un posto da letto da offrire per una notte si iscrive all'apposito gruppo Facebook o contatta direttamente i responsabili dell'iniziativa. I volontari della Piattaforma, ogni sera, si recano al Parc Maximilien per incrociare l'offerta di posti di letto con i migranti che ne hanno bisogno, una media di 300-400 persone al giorno. “Ogni sera sono al parco e controllo chi beve alcolici. Sono io che confermo se uno puo' andare in famiglia”, spiega Diallo Bobo, uno dei volontari. Una precauzione necessaria, dal momento che chi ospita i migranti lo fa a casa propria e spesso si tratta di famiglie con bambini. Come Stephanie, che vive poco fuori Bruxelles con il marito italiano e un figlio di dieci anni: “Non ho mai avuto problemi – racconta a La Stampa – Paura si'. La prima notte non ho dormito, ero da sola con mio figlio. Poi, pero', pensi che loro rischiano molto di più. Vanno a casa di sconosciuti e ufficialmente non esistono. Possono sparire e nessuno lo sa, nessuno di preoccupa”.

Stephanie fa parte delle oltre 25mila persone che hanno deciso di dare il loro contributo. Definirli cittadini “belgi” sarebbe limitativo, perché in un città di immigrazione come Bruxelles, dove si parlano 100 lingue e in cui vivono stabilmente “immigrati” da tutto il mondo (tra cui moltissimi italiani), sarebbe meglio chiamarli cittadini del mondo. Migranti che aiutano altri migranti. Per una notte. Perché, come si legge sul sito della piattaforma, “in un minuto ci si conosce, in due si condivide, in tre si ride”, ma “in una notte si ritrova tutta l'umanità che vive in noi”.

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