Cosa fare con il Mostro? Liberarlo o lasciarlo in prigione per sempre?

Il libro 'Perché liberare Dutroux?' lancia il dibattito sulla liberazione del più famoso pedofilo d'Europa. Uno scandalo in Belgio con minacce di morte al suo autore, Bruno Dayez, che è anche l'avvocato del Mostro. L'abbiamo intervistato

Marc Dutroux nel 2000. ANSA-CD EPA PHOTO BELGA/MARTIN DAVID/md/kr

"Senza denti, con i capelli lunghi e con la forma che può avere una persona che da 22 anni vive in 9 metri quadri e mangia ogni santo giorno lo stesso cibo". Così si presenta oggi, secondo il suo avvocato Bruno Dayez, il Mostro di Marcinelle, all'anagrafe Marc Dutroux, il serial killer, con precedenti per pedofilia, che a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta ha sequestrato e torturato 6 ragazze tra gli 8 ed 19 anni, abusando sessualmente di tutte loro. Alla fine ne ha uccise due, An Marchal e Eefje Lambrecks, di 17 e 19 anni, e lasciato morire di stenti altre due, Julie Lejeune e Melissa Russo, entrambe di 8 anni.

Solo Sabine Dardenne e Laetitia Delhez, di 12 e 14 anni, riuscirono a sopravvivere alle sevizie di Dutroux, ritrovate il 15 agosto 1996 nella cantina della sua abitazione di Marcinelle, il paese tristemente famoso per l'incidente del 1956 in cui morirono 262 minatori, in gran parte italiani. Tre giorni prima il Mostro veniva arrestato, assieme a sua moglie, Michèle Martin. In carcere finivano anche du presunti complici, Michel Lelièvre e Michel Nihoul, mentre ad un terzo, Bernard Weinstein, andò peggio, era già stato uccido da Dutroux e sepolto nel giardino di casa. 

Nel 2004 la fine del processo che assegnava l'ergastolo a Dutroux e 30 anni alla moglie. 

Il caso creò la più grande ondata di commozione mai vissuta dal Belgio, trascendendo anche le frontiere del piccolo Stato e facendo assurgere Dutroux ai livelli dei peggiori serial killer della storia. Ora il suo nome torna a riempire le pagine dei giornali belgi, prima per la scarcerazione in libertà condizionale della moglie del Mostro, Michèle Martin, ma soprattutto per un libro scritto dal suo avvocato e pubblicato la settimana scorsa in Belgio: Pourquoi libérer Dutroux? Perché liberare Dutroux. 

L'opera ha fatto scandalo, su Bruno Dayez, l'autore-avvocato sono piovute minacce di morte. Un video in cui veniva bruciato il suo libro ha fatto furore su facebook prima che la polizia lo bloccasse e fermasse il responsabile. Parlimo con Dayex, 58 anni assai ben portati, aria disinvolta, allergico alle giacche, del successo del suo libro e del dibattito che ha voluto scatenare. E che è riuscito a scatenare.  

Come è stato ricevuto il suo libro?

I novi decimi dei belgi mi detesta, un decimo esce ora dai boschi per sostenermi. 

Cosa voleva ottenere con il libro?

Non è una provovazione. Chiedo solo al lettore di guardare le cose anche da un altro punto di vista, non solo quello delle vittime, ma anche da quello del condannato. Nella giustizia oggi c'è una chiara ineguaglianza di trattamento tra le vittime ed il colpevole: tramite la mediatizzazione dei casi di violenza diamo alle vittime il ruolo degli agenti della repressione, chiediamo loro se sono d’accordo sulle indagini, sulla durata della pena, se il colpevole può accedere alle riduzioni di pena....E ciò è successo ancor più nell'affaire Dutroux, i genitori delle bambine sono diventati delle icone, intoccabili, le loro parole sono come il Vangelo, sono a tutti gli effetti assurti a leader d’opinione. I membri del governo ed i parlamentari sono ai loro piedi: tutte le riforme della giustizia fatte sulla base di questo caso sono state fatte per aumentare le pene e aumentare il livello di repressione nelle carceri.

Negli ultimi 2 secoli abbiamo deciso di mettere le vittime fuori dai tribunali, non erano loro a decidere, sono i giudici o le giurie popolari, ora invece, grazie ai media, le vittime occupano un posto centrale nella macchina della giustizia. Con un paradosso: diamo loro un ruolo importantissimo ma senza occuparci di loro, a livello finanziario, psicologico, nella mediazione con i criminali che hanno colpito loro o i loro familiari. Facciamo loro credere che questa specie di vendetta, questo voler battere forte sul condannato, sia il loro risarcimento.

Con il libro vuole provare a invertire questa tendenza?

Voglio far aprire gli occhi della gente su due cose. In primis, la prigione serve per la punizione e la neutralizzazione delle persone pericolose. Ma quanto può durare la punizione? Secondo me 25 anni è già abbastanza per un uomo, la punizione deve avere un termine perché sia credibile, non si può condannare una persona a marcire in carcere, a quel punto è come la pena di morte. La seconda cosa è che la punizione non ha senso senza riabilitazione e reinserzione. Punire serve per reintegrare, dobbiamo ricordarcelo. E invece sul lato punitivo non facciamo che aumentare le pene, il giorno dell’uscita del libro hanno condannato Dutroux ad altri 15 anni oltre all'ergastolo, anni a discrezione del governo, e mai nessun governo avrà il coraggio di prendere la decisione di farlo uscire. Ma che senso ha? Serve solo per rassicurare la gente che è avida di repressione.

Com'è diventato l'avvocato di un Mostro?

Già nel processo del 2004 ero ad un passo dall'essere nominato suo difensore, ma avevo figli ed ho rinunciato. Ora sono vecchio, ho dei nipoti e vedo le cose in un'altra maniera: la posizione del solo contro tutti è estremamente gratificante per un avvocato, viviamo nell'abitudine all’avversità. E poi se mi uccidono mi intitoleranno una via (ride, ndr). Come sono arrivato a Dutroux? Il cappellano della prigione mi ha chiesto di andarlo a trovare, sono andato e da due anni sono il suo avvocato. E' una sfida che interroga il nostro mestiere di avvocato fino ai suoi limiti.

E come sta il suo assistito?

L’ho incontrato l'ultima volta domenica scorsa, non sta per nulla bene di salute mentale e fisica: è depresso, non fa esercizio, mangia da 22 anni la stessa cosa, non ha più denti e i capelli lunghi. E non glieli tagliano perché in prigione devono chiamare un barbiere esterno e hanno paura che chi viene lo uccida. Se devono prendergli la pressione mette il braccio fuori dalla feritoia e gliela prendono, è assurdo. Vive in isolamento stretto da 22 anni, il regime carcerario è abominevole, vede solo il suo avvocato, il cappellano e ogni tanto, ma molto raramente, ha un’ora con un altro detenuto. Per lui hanno creato una prigione nalla prigione. Vive in una solitudine abominevole, non è diventato folle, non parla e non prova il suicidio e nemmeno dimostra odio. Ne hanno fatto un mostro ma io incontro qualcuno che prova sentimenti ed emozioni, che non mi sembra folle, anche se ripete sempre le stesse cose, d'altronde è normale, cosa capiterebbe a voi dopo 22 anni in isolamento totale?

Il regime carcerario rende chiaro che per il popolo belga Dutroux deve morire in prigione ed essere punito. La giustizia deve essere giusta e non crudele, questo regime è una tortura. 

Cosa le dice? E crede che sia ancora pericoloso per la società?

Il suo pensiero ora è che non abbiamo fatto luce su tutto il caso, dice a sé stesso che c’è chi è scappato, che il suo ruolo non era centrale...in sostanza si deresponsabilizza. Ma è naturale: deve continuare a mantenere un minimo di autostima e siccome nessuno lo aiuta, lo fa da solo. Ma non è un delirio, sono delle idee fisse. Con il prete lavoriamo sulle questioni legate al rimorso, cerchiamo di rimettere le cose al loro posto. Non credo che commetterà altri crimini, se mai dovesse uscire.

Perché chiede la sua liberazione?

Nel giudicare un criminale si decide se lui è responsabile dei suoi atti o non lo è. I primi sono considerati degli psicotici che non sono recuperabili, invece le persone responsabili - e Dutroux è stato indicato capace di intendere e di volere dai giudici e dalle perizie psichitriche - possono evolvere, cambiare, non essere più un pericolo per la società. Questo vale per tutti, ma non per lui, per lui non è immaginabile che possa evolvere. Ma se non può evolvere, allora va messo tra i malati di mente. E' un corto circuito che dimostra che il sistema ha fallito perché non permette di riclassificare il detenuto. In questo constesto Dutroux è il caso più flagrante, ma avrei potuto intitolare il libro con altri nomi.

Allora perché lui?

È il nono libro che scrivo, gli altri non li ha letti nessuno, mettere Dutroux in copertina fa vendere il libro ed è una cassa di risonanza fenomenale per le mie idee. E sta andando benissimo, non me l'aspettavo nemmeno, l'ho scritto appena in 10 sere...

Sta utilizzando Dutroux quindi... 

A me non sta simpatico, è il mio cliete, ma non gli do del tu e ci abbiamo messo parecchio tempo per vincere i dubbi che ognuno di noi aveva. Ma è una situazione win win, io approfitto del suo label, del suo marchio e allo stesso lo difendo, mi sporco le mani per lui. E per lui mi minacciano, mi accusano, mi vogliono morto. Io difendo dei principi universali, e i principi universali non valgono se non valgono anche per lui. Se diciamo che rivedere l'ergastolo non lo riguarda, allora la revisione non funziona. Per colpa di Dutroux da 20 anni la legge belga è diventata più repressiva, ora mi servo di lui per provare a invertire la rotta, per avere una giustizia che torni sulla terra, che sia a taglia umana, non quella specie di delirio paranoico che è oggi.

La minacciano, ma ci sarà anche qualcuno che la appoggia?

Molta gente mi sostiene, anche se sono minoranza. Il mio obiettivo sono i giuristi di domani, i giovani che non hanno mai sentito parlare di Dutroux e che possono costruire una giustizia differente. Magari ho sensibilizzato dei ministri, degli avvocati, dei pm di domani.

Ogni paese ha il suo Mostro, il dibattito è iniziato ed ha infiammato da subito il Belgio, conta di esportarlo in altri paesi? In fondo le vittime sono spesso usate dai politici, in particolare quelle del terrorismo.

Il dibattito funziona, divide le famiglie qui in Belgio e già da Olanda e Francia ho ricevuto feed back interessanti, vedremo che succede.

Si sente in pericolo?

La mia vita sarebbe in pericolo se lo liberassero, ma se dovesse succedere, cosa che non credo, quello in pericolo sarebbe lui. Non vedo per lui altre opzioni che una vita all’estero o in monastero.

Finiamo l'intervista e Dayez parte per la presentazione del suo libro in una libreria del centro di Bruxelles. L'evento è presidiato dalla polizia. 

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