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Lunedì, 20 Maggio 2024
lo scontro

Polonia e Ungheria rischiano il taglio dei fondi Ue, la Corte respinge il loro ricorso

I due Paesi contestavano la condizionalità che permette di bloccare finanziamenti in caso di violazioni dello Stato di diritto. Varsavia: "Ci stanno togliendo la libertà"

La Corte di giustizia dell’Ue (Cgue) ha emesso il proprio verdetto: il meccanismo di condizionalità sullo Stato di diritto è conforme ai trattati europei. Si chiude così un’attesa di quasi un anno: lo scorso marzo, Polonia e Ungheria avevano presentato ricorso contro l’adozione di un regolamento che subordina l’erogazione dei fondi europei al rispetto dei princìpi dello Stato di diritto. Il tribunale ha invece stabilito che le nuove regole sono legittime, ribadendo che l'Unione può negare i fondi a chi non rispetta i principi base della democrazia. La sentenza aggiunge ora pressione sulle istituzioni Ue per sanzionare Budapest e Varsavia, da tempo nel mirino di Bruxelles per quella che viene definita una “regressione democratica”. Eppure, non è chiaro quando si potranno vedere gli effetti della pronuncia odierna della Corte.

Il doppio ricorso ungherese e polacco (fondato essenzialmente sull’assenza di un’adeguata base giuridica della misura) è stato rigettato dai giudici di Lussemburgo che hanno stabilito che il meccanismo non viola il diritto europeo. La Corte ha ricordato che l’Unione dev’essere in grado di garantire il rispetto dei valori comuni sui quali si fonda, che sono stati condivisi da tutti gli Stati membri e definiscono l’identità stessa dell’Ue quale ordinamento giuridico.

La Cgue ha tuttavia specificato che il regolamento mira “a proteggere il bilancio dell’Unione da pregiudizi derivanti in modo sufficientemente diretto da violazioni dei principi dello Stato di diritto, e non già a sanzionare, di per sé, violazioni del genere”. In parole povere, non potrà essere utilizzato per sanzionare qualunque violazione dello Stato di diritto nei Paesi membri, ma solo per intervenire laddove tali violazioni danneggino finanziariamente l’Ue. Il nesso “sufficientemente diretto”, comunque, dovrà essere stabilito dal Consiglio a maggioranza qualificata, all'interno di un procedimento piuttosto articolato che lascia agli Stati membri una buona dose di discrezione politica.

A Varsavia l’Ue rimprovera quelli che considera attacchi all’indipendenza dei giudici, oltre alla messa in discussione del primato del diritto europeo, che viene considerato subordinato a quello nazionale (per cui Bruxelles ha avviato lo scorso dicembre una procedura d’infrazione e sta attualmente trattenendo i fondi polacchi del Recovery fund). Quanto all’Ungheria, la Commissione ha sollevato problemi relativi agli appalti pubblici, ai conflitti di interesse e alla corruzione che dilaga nel Paese.

Ma passerà ancora del tempo prima che il regolamento possa essere attivato. Da un lato, ci sono problemi di natura tecnica: la Commissione deve stilare delle “linee guida” per facilitare l’utilizzo del meccanismo, che dovranno tenere conto del dispositivo della Corte. Questo prenderà diverse settimane, se non addirittura dei mesi. Proprio questo ritardo nella definizione dei dettagli operativi del regolamento aveva portato il Parlamento europeo ad avviare un’azione legale contro l’esecutivo comunitario, esortato ora ad agire tempestivamente.

Dall’altro lato, ci sono anche motivazioni politiche che potrebbero portare Bruxelles a ritardare il proprio intervento. Il prossimo aprile in Ungheria si vota, e qualcuno suggerisce di non inasprire lo scontro con Budapest per evitare di fornire al premier uscente Viktor Orbán (che cercherà l’ennesima riconferma) un’arma retorica per guadagnare consensi scagliandosi contro le “ingerenze” dell’Ue. Secondo diversi analisti alla Commissione converrebbe attivare il meccanismo prima con l’Ungheria e successivamente con la Polonia: mentre quest’ultima ha troppe questioni legali in corso con l’Ue, la prima fornirebbe l’occasione per fissare un precedente chiaro e sicuro. Se si scegliesse questa strada, dunque, resterebbe tutto in naftalina almeno per qualche mese.

In entrambi i Paesi, nel frattempo, si sono già levati i cori di protesta. Da Budapest si denuncia l’“abuso di potere” della Corte, dopo che Orbán aveva già accusato i giudici di Lussemburgo di prendere decisioni politiche e di avanzare l’obiettivo del federalismo europeo, contro la sovranità degli Stati membri e i loro cittadini. Judit Varga, ministra della Giustizia, ha scritto su Facebook che “questa decisione è un nuovo mezzo di pressione” sull’Ungheria. La Polonia ha accusato l'Ue di stare diventando un blocco dove si può privare forzatamente gli Stati membri della loro libertà e limitare la loro sovranità. "Parliamo di potenza bruta e del suo trasferimento a chi, con il pretesto dello Stato di diritto, vuole esercitare questo potere a spese degli Stati membri", ha dichiarato il ministro della Giustizia, Zbigniew Ziobro.

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