Domenica, 25 Luglio 2021
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Assange a rischio coronavirus, ma gli negano la scarcerazione. Il giudice: “Potrebbe fuggire”

Visti i suoi passati problemi respiratori gli avvocati del fondatore di Wikileaks ne avevano chiesta la liberazione. Il tribunale: “Non ci sono motivi per farlo”

Manifestazione per Assange, foto Ansa EPA/ANDY RAIN

Nonostante l'emergenza coronavirus in corso Julian Assange dovrà rimanere in prigione nel Regno Unito. Gli avvocati del fondatore di Wikileaks avevano chiesto la scarcerazione su cauzione, affermando che sarebbe particolarmente a rischio se contagiato dal nuovo coronavirus. L'uomo è stato colpito da diverse infezioni respiratorie mentre era nell'ambasciata ecuadoregna a Londra e, secondo la sua difesa, se prendesse il virus in prigione "potrebbe essergli fatale".

Rischio fuga

Ma il giudice del tribunale di Westminster ha respinto la richiesta, affermando che ci sarebbero "motivi sostanziali" per credere che se rilasciato potrebbe tentare di nuovo la fuga e non affrontare il processo per la richiesta di estradizione negli Stati Uniti che pende sulla sua testa. "Allo stato attuale delle cose, questa pandemia non fornisce di per sé motivi per la liberazione di Assange", ha dichiarato la giudice Vanessa Baraitser, ricordando come il 48enne abbia già violato il rilascio su cauzione in passato rifugiandosi nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, nel 2012, per sfuggire da un'altra estradizone, quella verso la Svezia dove era accusato di violenza sessuale.

La richiesta di estradizione

Attualmente Assange è detenuto nella prigione di Belmarsh in attesa di un eventuale estradizione negli Usa che hanno chiesto la sua estradizione al governo di Londra. L'attivista australiano potrebbe affrontare fino a 18 capi d'imputazione tra cui quello di spionaggio per aver pubblicato illegalmente informazioni segrete cospirando, secondo l'accusa, con l'ex analista dell'intelligence militare Chelsea Manning. Nel 2010 WikiLeaks diffuse prove di crimini di guerra commessi dagli Usa in Iraq e in Afghanistan, materiale poi in parte pubblicato da testate internazionali come il Guardian o il New York Times. Per i suoi sostenitori le accuse sono politicamente motivate e sia il Consiglio d'Europa, che Amnesty International, hanno chiesto che l'estradizione venga negata.

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