Il Regno Unito rifiuta i respiratori dell'Ue: "Non è stato un errore di comunicazione"

Un'inchiesta del Guardian rivela che i tecnici del governo di Londra e quelli di Bruxelles sono stati in contatto negli ultimi mesi per discutere della risposta al Covid-16. La tesi dell'errore umano non regge più

Ha fatto molto discutere nei giorni scorsi la mancata partecipazione del Regno Unito nell'iniziative congiunta dell'Ue per contrastare la pandemia di coronavirus, che aveva lo scopo di acquistare insieme apparecchiature mediche, come respiratori e altre forniture sanitarie. Il governo di Boris Johnson ha inizialmente affermato che si sarebbe trattato di un errore di comunicazione, che la lettera di Bruxelles non sarebbe stata letta in tempo, come se una comunicazione di una tale importanza potesse finire nella cartella dello spam della casella di posta di un premier.

Scelta deliberata

Ma a quanto pare Londra avrebbe volutamente ignorato la chiamata e preferito vedersela da sola, fedele alla su scelta di abbandonare la famiglia europea con la Brexit. A denunciarlo è il Guardian che rivela di aver ottenuto i verbali delle riunioni che proverebbero che dei funzionari britannici hanno preso parte a otto dei 12 incontri in cui sono stati discussi i progetti dell'Ue per l'acquisto in blocco di kit medici, di cui il primo a gennaio, cosa che quindi farebbe cadere la tesi di una sorta di, clamoroso, errore umano nel non vedere la comunicazione in tempo.

Gli incontri a Bruxelles

Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico il 31 gennaio un funzionario di Londra prese parte a una riunione in cui quattro stati membri dell'Ue affermarono per la prima volta che il virus avrebbe richiesto un aumento delle scorte in Europa di dispositivi di protezione individuale (Dpi) come guanti, maschere e occhiali. Il 4 febbraio poi la Commissione ha dichiarato di essere pronta ad aiutare i Paesi ad acquistare in grande quantità apparecchiature mediche e prima del 2 marzo ben 20 Stati membri avevano comunicato di voler aderire al programma. Più tardi quel mese, esattamente il 13 marzo, i funzionari dell'Ue hanno discusso l'acquisto combinato di ventilatori. Ma a quel punto Londra si era già dileguata, come se non fosse interessata alla cosa.

Migliaia di respiratori in arrivo

Londra non è però rimasta con le mani in mano e da una parte ha chiesto all'industria locale del settore di aumentare la produzione di respiratori, dall'altra ha deciso di acquistarne anche dall'estero. Al momento l'Nhs, il servizio sanitario nazionale, dispone di 8.175 respiratori e il governo ha affermato di avere bisogno di almeno 30mila di questi macchinari per far fronte al picco atteso di casi Covid-19. Tra produzione locale ed estera ne ha però ordinati molto di più, e di diverse tipologie, come una sorta di "polizza assicurativa".

Il programma Ue

Quasi tutti i paesi dell'Ue, 25 su 27, partecipano al progetto per l'acquisto condiviso di respiratori e altre attrezzature mentre, separatamente, 19 Stati stanno anche collaborando per acquistare le attrezzature di laboratorio necessarie per i test. Nel 2014, quando il premier era un altro conservatore, David Cameron, il governo firmò l'accordo di approvvigionamento congiunto dell'Ue che nonostante la Brexit è ancora in vigore. I termini dell'accordo di transizione indicano che il governo ha il diritto di partecipare agli appalti congiunti dell'Ue fino al 31 dicembre 2020.

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