Il coronavirus ha reso Johnson prudente, la Fase due inizia a piccoli passi

Il tempo della spavalderia e delle strette di mano in ospedale sembra lontano. Il premier ha deciso che si potrà uscire quando si vuole, purché si mantenga il social distancing, e si comincia a tornare al lavoro. Ma scuole e negozi riapriranno solo a giugno

Il piglio c'è, quello non è andato via. Ma il coraggio (o meglio l'incoscienza) quello è ormai un ricordo lontano. Il Boris Johnson guarito dal coronavirus non è più lo sbruffone che rivendicava con spavalderia di aver stretto le mani in un ospedale con malati di Covid-19. Il premier britannico appare ora molto più prudente.

Dopo aver provato in prima persona la malattia e aver visto la morte con gli occhi, BoJo sa benissimo che i contagi e i decessi non sono solo numeri che si snocciolano nelle conferenze stampa. Sono persone: sono amici, mariti, mogli, nonni. Soprattutto i nonni, ma non solo. Sono i medici, gli infermieri, gli autisti degli autobus, gli addetti alle pulizie e i dipendenti dei supermarket. Sono per la maggior parte tutti quelli che finiscono in rianimazione perché costretti a lavorare in quanto “essenziali” al funzionamento delle nostre società, mentre i più fortunati possono restare a casa a lamentarsi della noia di dover rimanere in quarantena.

Nel suo attesissimo discorso alla nazione, nel giorno in cui il conto totale dei decessi è arrivato a 31.855, il secondo più alto del mondo (seppure in crescita di 'solo' 269 morti), Johnson ha annunciato che purtroppo “questo non è il momento di porre fine al lockdown”. Non del tutto almeno. Per ora si fa soltanto un “primo, prudente passo”. Alcune delle restrizioni alle libertà personali (per la verità già lasciate in gran parte all'autodisciplina) sono state eliminate, ma sarà soltanto a giugno che le città torneranno a una sorta di normalità, e forse anche i tanto amati pub potranno riaprire in qualche modo.

Per ora però viene eliminato l'ordine “stay home”, state a casa, che viene sostituito da “stay alert”, state all'erta, state attenti. Si potrà uscire non più una volta sola per la spesa e una per la corsa o passeggiata, ma quante volte si vuole, ovviamente rispettando il social distancing che resta e resterà in vigore ancora per molto tempo. Dalle panchine verranno tolti i dissuasori e si potrà tornare a sedersi all'aria aperta e anche a prendere il sole, cosa prima formalmente vietata (ma ampiamente tollerata). Si potranno anche praticare sport, ma solo con le persone con cui si vive. Insomma quattro calci a un pallone o, per gli appassionati, magari una partita di tennis. Meglio di niente.

Ma scuole e negozi riapriranno solo dal prossimo mese, così come dal prossimo mese (ma i dettagli arriveranno quando verranno pubblicate le 50 pagine del piano) verrà imposta una quarantena di 14 giorni per tutti quelli che vengono dall'estero. Una misura che forse avrebbe avuto più senso prima del lockdown, ma “meglio tardi che mai” diranno i prudenti.

I prudenti come il nuovo Johnson che ora sottolinea come “senza le misure restrittive avremmo rischiato fino a 500mila morti”, afferma citando lo studio dell'Imperial College di Londra, quello che più di tutti lo avrebbe convinto ad accelerare il cammino verso la quarantena poi annunciata il 23 marzo scorso. Quello dello scienziato Neil Ferguson, costretto a dimettersi dal team dei consiglieri del governo per aver violato la quarantena, per cui tanto spingeva, per vedere l'amante. Al cuor (e all'ormone) si sa, non si comanda.

Ma soprattutto si torna lentamente al lavoro. “Chi può lo faccia da casa, ma tutti quelli che non possono dovrebbero essere incoraggiati ad andare a lavoro”, afferma, non chiarendo bene questo “incoraggiati” cosa significhi. Ma assicura che “stiamo lavorando a nuove regole per garantire la sicurezza”. Il Labour e i sindacati sul punto stanno già facendo battaglia: senza garanzie le fabbriche e gli uffici non devono riaprire.

Per tenere la situazione sotto controllo nel Paese viene introdotto un sistema con 5 livelli di allerta, sulla falsariga di quello del terrorismo, per stabilire i livelli di pericolo e di conseguenza le maggiori o minori restrizioni, che verranno stabilite in base all'ormai famigerato fattore R, quello dei contagi, che per ora nel Paese è sotto l'uno. “Tra lo 0,5 e lo 0,9. Non abbastanza” afferma il responsabilissimo, nuovo Johnson. Il lockdown stretto era il livello quattro, ora si passa al tre spiega il premier. Ma il passaggio al due avverrà solo se i numeri diranno che non ci sono rischi, a giugno.

Seppur in maniera discreta (fin troppo discreta), il premier ha ammesso i due grandi fallimenti del suo governo: quello di non aver saputo evitare la strage nelle case di cura per anziani, e quello di non aver messo in piedi un sistema per testare i contagi all'avanguardia come quello ad esempio della Germania. “Due cose restano da fare”, ha detto “invertire la tendenza” delle morti negli ospizi e degli operatori sanitari, e “fare progressi nei test, dove molto è stato fatto ma molto resta ancora da fare”. Quasi una mezza assoluzione, ma anche qui (forse), meglio di niente.

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Il Paese, come ha riconosciuto anche un sondaggio del giornale di opposizione The Guardian, per il momento sembra essere ancora con il suo premier che nonostante la gestione tutt'altro che perfetta della situazione, sta puntando più sullo spirito del popolo britannico che sulla repressione con droni ed elicotteri. La libertà personale qui è ritenuta una cosa importante. La strategia del rischio iniziale è stata perdonata, se non addirittura appoggiata, ma è sul come Johnson porterà il Paese fuori dalla palude che si decideranno le sue sorti nel consenso popolare.

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