L'Oms promuove il padre della strategia svedese dell'immunità di gregge: per lui un ruolo chiave

Johan Giesecke, mentore del responsabile della risposta alla pandemia nel Paese Tagnell, nominato vice presidente del gruppo consultivo tecnico e strategico sui pericoli infettivi. Su Lancet scrisse: "Il lockdown duro non serve, spinge solo i casi gravi verso il futuro, non li evita"

La vita a Stoccolma durante il picco dei contagi a maggio - foto Ansa EPA/Johan Nilsson

È stato il padre della strategia dell'immunità di gregge in Svezia per rispondere alla pandemia di coronavirus, e ora a Johan Giesecke è stato assegnato un ruolo di primo piano nell'Organizzazione mondiale della sanità: quello di vice presidente del gruppo consultivo tecnico e strategico sui pericoli infettivi.

Epidemiologo di Stato del Paese dal 1995 e 2005 è considerato il mentore dell'attuale epidemiologo di Stoccolma, Anders Tegnell, con cui è stato in strettissimo contatto durante la pandemia, scambiandosi pareri su come affrontare la diffusione del contagio, con le email del loro confronto che hanno avuto ampia diffusione nei media locali e hanno fatto molto discutere.

La Svezia, Paese di poco più di 10 milioni di abitanti di cui però un milione è concentrato nella capitale, ha imposto misure di quarantena minime. Sono state vietate le riunioni di oltre 50 persone e le persone anziane, fragili o con sintomi sono state invitate a rimanere a casa ma il governo ha lasciato aperte scuole, negozi e ristoranti, puntando solo su distanziamento sociale e senso di responsabilità dei cittadini, senza imporre nemmeno l'uso della mascherina sui mezzi pubblici e nei luoghi chiusi. I contagi in totale sono stati 84.532 e i decessi 5.820, una proporzione di 570 morti per ogni milione di abitanti. Numeri molto più alti dei vicini Finlandia, Danimarca e Norvegia ma comunque più bassi di Paesi come l'Italia, la Spagna, il Regno Unito o il Belgio.

La contrarietà di Giesecke (come quella di Tegnell) ad ogni forma di lockdown duro come in altri Paesi non è mai stata un segreto. Lui stesso con un intervento sulla prestigiosa rivista Lancet l'ha spiegata e motivata con parole chiare a maggio, quando il picco dei contagi non era neanche stato raggiunto. “È ormai chiaro che un lockdown duro non protegge le persone anziane e fragili che vivono in case di cura, una popolazione che l'intervento era stata progettato per proteggere. Né riduce la mortalità da Covid-19, il che è evidente quando si confronta l'esperienza del Regno Unito con quella di altri paesi europei”.

Lo scienziato poneva l'accento sul fatto che la maggior parte dei casi, soprattutto tra i giovani, sono asintomatici, e quindi poco rischiosi ma anche molto difficili da individuare. “C'è ben poco che possiamo fare per prevenire questa diffusione: una quarantena potrebbe ritardare i casi gravi per un po', ma una volta allentate le restrizioni, i casi si ripresenteranno”, affermò aggiungendo che le misure per appiattire la curva dei contagi “spingono solo i casi gravi verso il futuro, non li evita”.

Giesecke non sottovaluta il coronavirus e riconosce che se “è spesso del tutto asintomatico” provoca anche “gravi malattie e persino la morte, in una parte della popolazione”. A suo avviso però “il nostro compito più importante non è fermare la diffusione della malattia, che è del tutto inutile, ma concentrarci sul dare alle sfortunate vittime cure ottimali”, preparando gli ospedali e i medici e cercando di dargli nel più breve tempo possibile le medicine adatte e magari anche un vaccino.

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