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Foto Ansa EPA/NEIL HALL

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"Con il lockdown nel lungo periodo più vittime che puntando all'immunità di gregge"

Lo afferma uno studio dell'Università di Edimburgo, pubblicato sul British Medical Journal, che problematizza i risultati del famoso studio dell'Imperial college di Londra, che aveva convinto Johnson a imporre la quarantena ai britannici

Il lockdown duro ha ridotto il numero di casi e di decessi per coronavirus nel breve periodo, ma nel lungo periodo potrebbe portare alla morte di più persone rispetto a se si fosse scelta una strategia soft, con la finalità di creare una certa immunità di gregge, un po' come ha fatto la Svezia. Ad affermarlo è l'Università di Edimburgo che problematizza e aggiorna i risultati del celebre studio del professor Neil Ferguson per l'Imperial College di Londra, quello che parlava del rischio di 500mila morti nel Regno Unito senza interventi decisi, e che è ritenuto uno dei motivi per cui Boris Johnson ha poi deciso di mettere il Paese in quarantena a fine marzo.

Secondo il nuovo studio, pubblicato sul British Medical Journal, la scelta di chiudere le scuole potrebbe far crescere nel lungo periodo il numero di decessi tra 80 e 95mila casi. Allo stesso modo, continuare a puntare il social distancing generalizzato e severo, con la chiusura anticipata di bar e ristoranti e altre misure simili, piuttosto che concentrarsi solo sulla protezione delle categorie vulnerabili, potrebbe costare tra le 149mila e 178mila vittime. Questo perché secondo i ricercatori il virus una volta riaperta la società tende a diffondersi più rapidamente tra le persone vulnerabili, piuttosto che se gli fosse stato consentito di circolare tra i più giovani e forti e creare così un certo livello di immunità nella popolazione.

"A meno che un vaccino non appaia magicamente e venga distribuito a tutta la popolazione nei prossimi sei mesi, è improbabile che chiudere la società riduca le morti complessive", ha sentenziato il professor Graeme Ackland, principale autore dello studio. I ricercatori dell'Università di Edimburgo hanno usato gli stessi modelli di quelli dell'Imperial College ma hanno utilizzato un software da loro creato per attuare le simulazioni dei vari scenari, aggiornando anche i dati a disposizione sul Covid-19 e le sue modalità di trasmissione e di mortalità con le conoscenze odierne. Il team ha di fatto confermato uno degli scenari che erano già presenti nello studio di Ferguson, ma che da quest'ultimo era stato sconsigliato perché avrebbe portato a “un sovraccarico del sistema sanitario”.

Lo stesso studio dell'Imperial College affermava infatti che in linea teorica “la combinazione più efficace di interventi è quella di unire l'isolamento dei malati, la quarantena domestica e il social distancing delle persone più a rischio”, ma lo escludeva poi perché questo “scenario di mitigazione 'ottimale' si tradurrebbe comunque in un picco di domanda otto volte superiore ai letti di terapia intensiva oltre la capacità di picco disponibile”. Insomma gli ospedali sarebbero stato sovraccaricati pesantemente, soprattutto quando ancora non si sapeva come curare la malattia. La cosa non viene negata dagli studiosi dell'Ateneo scozzese, che però affermano che per quanto tremendo, quel sacrificio sarebbe stato ripagato nel lungo termine.

“Lockdown significa che il numero di morti scende, quindi c'è un guadagno a breve termine, ma porta problemi sul lungo termine. Se non avessimo fatto nulla, a quest'ora sarebbe tutto finito. Sarebbe stato assolutamente orrendo ma sarebbe finita”, ha detto Ackland. Tra il non fare nulla e il chiudere le società c'è però appunto la terza via, quella della mitigazione soft. "La via d'uscita da qualsiasi epidemia è l'immunità di gregge, cioè quando un numero sufficiente di persone nella popolazione viene infettato in modo da impedire al virus di diffondersi", ha continuato Ackland, secondo cui “i lockdown essenzialmente rimandano solo le morti e impediscono la creazione di immunità con, in alcuni casi, la conseguenza di avere più decessi sul lungo termine”.

“La chiusura di scuole e università, unita all'isolamento dei contagiati, alla quarantena domestica e al social distancing degli ultracinquantenni porterebbe a più morti rispetto allo scenario equivalente senza la chiusura di scuole e università. Allo stesso modo, anche il social distancing generalizzato è stato progettato per ridurre il numero di casi ma aumenta il numero totale di decessi rispetto al solo social distancing degli ultrasessantenni”, si legge nello studio.

Per i ricercatori il lockdown soft per la popolazione generale, unito a un rafforzamento del sistema sanitario, avrebbe permesso di fare in modo “che la seconda ondata potesse crescere in maniera più leggera della prima, con più casi totali ma meno morti”. Il che sembra un po' quello che, almeno al momento, sta accadendo in Svezia, dove la seconda ondata è molto leggera e la mortalità, che prima era stata altissima (soprattutto per le falle nella protezione delle case di cura) e ora è praticamente zero.

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