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Venerdì, 19 Aprile 2024
La partita

Cosa c'entrano i nostri conti bancari con lo stallo su Mes e Pnrr in Europa

Roma attende ancora il via libera ai 19 miliardi della terza rata del piano di rilancio. Mentre a Bruxelles, crescono le pressioni sull'Italia perché ratifichi il fondo salva-Stati. In mezzo, Patto di stabilità e unione bancaria

Pnrr stravolto, tagli da quasi 16 miliardi: i progetti che saltano

Stallo contro stallo, ricatto contro schiaffo politico. Da un lato, la riforma del Mes, con il governo che sta cercando di rinviare il più possibile la ratifica del nuovo fondo europeo salva-Stati chiedendo garanzie su Patto di stabilità e unione bancaria. Dall'altro, il Pnrr, con la Commissione Ue che non ha ancora sbloccato la terza rata di pagamenti, e che, per farlo, avrebbe proposto di ridurre l'assegno rispetto ai 19 miliardi richiesti dall'Italia. Proposta che l'esecutivo di Giorgia Meloni avrebbe rifiutato seccamente per timore di "danni alla propria reputazione internazionale" e delle "polemiche politiche interne", scrive oggi il Foglio. La sensazione è che sull'asse Roma-Bruxelles sia in atto una partita a scacchi sui dossier economici più caldi. Se non uno scontro vero e proprio, di sicuro un braccio di ferro che rischia di rallentare gli investimenti del piano di ripresa italiano.

Il Pnrr a rilento

Di sicuro, il ruolino di marcia del Pnrr nel 2023 sarà decisamente più lento di quanto pianificato dal precedente governo di Mario Draghi: la terza rata doveva essere saldata a febbraio, ma i dubbi della Commissione su alcuni progetti, come quelli per gli stadi di Firenze e Venezia, hanno portato Bruxelles a imbastire un supplemento di verifica sul piano italiano. La verifica e il confronto con il ministro Raffaele Fitto vanno avanti da quattro mesi, e la scorsa settimana sembrava che lo stallo fosse stato superato, tanto che lo stesso Fitto aveva fatto intendere che la rata sarebbe stata sbloccata in questi giorni. 

Secondo il Foglio, la Commissione avrebbe proposto a Roma di ridurre il pagamento, in modo da concentrarsi sulla quarta rata, quella che, almeno da calendario, doveva essere richiesta dall'Italia entro giugno. Ma il governo, già sotto il fuoco incrociato delle opposizioni e di diversi enti locali per la gestione del Pnrr, non avrebbe gradito quello che potrebbe sembrare uno schiaffo (o un buffetto) politico da parte di Bruxelles. Non è un caso, forse, che alla vigilia del summit Ue di Bruxelles, Meloni abbia attaccato il commissario europeo Paolo Gentiloni, il quale aveva chiesto all'Italia maggiore rapidità nell'attuazione del piano di ripresa: "Il commissario dice che bisogna correre, ma se si fosse vigilato di più in passato si farebbe più velocemente", ha detto la premier intervenendo mercoledì al Senato. Tradotto: perché l'Ue ci fa le pulci adesso e non le ha fatte prima quando al governo c'era Draghi?

Lo stallo sul Mes

La risposta a questa domanda potrebbe essere cercata nell'altro stallo sull'asse Roma-Bruxelles, quello sul Mes. La maggioranza, in particolare FdI e Lega, sta facendo palesemente melina sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, proponendo un rinvio di almeno 4 mesi dell'iter di ratifica, l'ultimo tassello per l'entrata in vigore del nuovo fondo salva-Stati. Per Meloni, l'ok al Mes avrebbe inevitabilmente un contraccolpo politico, dato che per anni si è opposta a esso facendone uno dei suoi cavalli di battaglia. La premier sa che, dopo anni di trattative e di concessioni fatte all'Italia, la riforma non può più essere rimessa in discussione, perché ne andrebbe della credibilità del Paese. Ma in cambio del prezzo politico da pagare, Meloni vuole portare a casa risultati sulle altre, delicate partite aperte a Bruxelles sul fronte economico: la riforma del Patto di stabilità e il completamento dell'unione bancaria. 

Sul Patto, i negoziati Ue sono di fatto bloccati con la Germania che chiede misure più stringenti per spingere i Paesi a contenere i deficit e a ridurre il debito pubblico. Sul tavolo c'è la proposta della Commissione, che invece darebbe all'Italia più tempo per affrontare il suo indebitamento e che è appoggiata dalla Francia. Le divergenze tra Berlino e Parigi rischiano di far slittare la riforma al prossimo anno. Tempi ancora più lunghi si prevedono per il completamento dell'unione bancaria, ossia il pacchetto di regole che l'Ue sta costruendo da qualche anno per affrontare in modo congiunto e solidale eventuali crisi bancarie. In questo pacchetto, manca ancora l'Edis, un fondo di garanzia alimentato dai soldi di tutte le banche europee per garantire i depositi di tutti i correntisti dell'Ue: in sostanza, se una banca fallisce in Italia, a garantire i depositi dei suoi clienti ci sarà anche l'Edis, con i soldi, mettiamo, degli istituti tedeschi.

Cosa c'entrano le banche

Per anni, l'Edis è stato bloccato da Germania e frugali: se si devono condividere i rischi, è stata la loro tesi, bisogna allora prima ridurre questi rischi. Una frase spot che aveva come riferimento la montagna di crediti deteriorati delle banche italiane, ossia prestiti concessi dai nostri istituti che non venivano più rimborsati. Tra il 2016 e il 2022, le banche italiane hanno mantenuto la promessa: se sette anni fa i crediti deteriorati ammontavano a circa 300 miliardi, oggi si aggirano sui 70. Ecco perché, su questo punto, la premier Meloni può rivendicare che il nostro Paese i compiti a casa li ha fatti, e che adesso tocca agli altri rispettare gli accordi, sbloccando l'Edis. "Perché chiedete a me di fare in fretta sul Mes, se perdete ancora tempo sull'Edis?", potrebbe dire la leader italiana a chi in Europa la pressa per ratificare il fondo salva-Stati. 

La partita dell'Italia con Bruxelles e i governi Ue, dunque, si gioca (e non da oggi) su questi tre dossier (Mes, Patto di stabilità e unione bancaria). Ma Meloni ha anche la gatta da pelare del Pnrr. Per ora, la Commissione e la premier tengono a sottolineare che le discussioni sulla terza rata proseguono "in modo costruttivo". Ma in tanti, dietro le quinte, sostengono che i toni sono tutt'altro che teneri. In ballo non ci sono solo i 19 miliardi richiesti a febbraio, ma soprattutto il futuro del Pnrr, compresa la revisione dei progetti e, spera Meloni, l'allungamento dei tempi per la spesa dei fondi e l'adozione delle riforme connesse.

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