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Mercoledì, 5 Ottobre 2022
Geopolitica / Ucraina

"Non solo Ucraina, così Mosca usa i 'conflitti congelati' per imporre la sua influenza"

Secondo il professor Markus Ziener le tensioni con Kiev sono un fuoco su cui Vladimir Putin sta soffiando per consolidare la propria influenza nei Paesi dell’area ex-sovietica

La tensione sembra allentarsi nel teatro dell’Ucraina, con gli Stati Uniti e la Nato che abbassano i toni e smettono di parlare di “attacco imminente” da parte della Russia. Ma se da un punto di vista tattico aver scongiurato (per ora) il confronto militare aperto è indubbiamente un successo, dal punto di vista strategico e geopolitico la situazione è alquanto complessa.

Un buon numero di osservatori considera quello nel Donbass un “conflitto congelato”, ascrivendolo a una specifica categoria di guerre latenti emerse lungo i confini dell’Europa dopo la fine della Guerra fredda. Per indagare la questione, abbiamo chiesto lumi al professore Markus Ziener, Helmut Schmidt fellow del German Marshall Fund (Gmf) e docente di giornalismo all’Università di Scienze applicate di Berlino.

Cosa sono i conflitti congelati?

Quella dei cosiddetti conflitti congelati è una nozione scivolosa nell’indagine geopolitica. Nonostante ci sia un sostanziale accordo su cosa questa etichetta designi nella realtà, non c’è unanimità tra gli studiosi sull’utilizzo di questo nome. Ad esempio, c’è chi preferisce parlare di regioni separatiste, ponendo l’accento sulla questione della sovranità territoriale piuttosto che sulla dimensione latente di un conflitto che, appunto, “congela” un determinato status quo senza una risoluzione definitiva.

Come li si voglia chiamare, è comunque utile sottolineare alcune caratteristiche ricorrenti: anzitutto, sono conflitti scoppiati a seguito delle rivendicazioni di indipendenza da parte di regioni o popolazioni (normalmente minoranze etniche) che vogliono separarsi dallo Stato di cui fanno parte a livello amministrativo. Inoltre, le province separatiste sono solitamente supportate, esplicitamente o meno, da potenze straniere. Infine, lo Stato “originario” perde effettivamente il controllo della regione che si autoproclama indipendente ma che non viene normalmente riconosciuta dalla comunità internazionale. Questo crea una situazione di “limbo”, in cui la realtà sul terreno (cioè l’indipendenza de facto del territorio “ribelle”) non combacia con quella giuridica (cioè con la sovranità dello Stato centrale sulla regione secessionista).

Lo spazio post-sovietico

Nonostante ce ne siano stati diversi in giro per il mondo, alcuni dei casi più importanti di conflitti congelati sono emersi nello spazio post-sovietico, cioè quelle zone un tempo parte dell’Urss dove sorgono oggi Stati indipendenti. Negli anni Novanta, lo sgretolamento dell’impero multinazionale sovietico fece riaffiorare quelle pulsioni nazionaliste che Mosca aveva tentato di soffocare e che i nuovi Paesi nati dopo il collasso del socialismo reale non erano attrezzati per controllare. Per tutto il decennio (e talvolta oltre) si sono così susseguiti scontri tra diverse regioni che si autodichiararono indipendenti e i relativi Stati centrali: la Transnistria con la Moldavia, l’Abchazia e l’Ossezia del sud con la Georgia, il Nagorno-Karabakh con l’Azerbaijan.

Infine, c’è il Donbass che vuole separarsi dall’Ucraina, teatro di una guerra a bassa intensità che va avanti dal 2014. Ne è convinto Markus Ziener, esperto di relazioni euro-asiatiche intervistato da Europa Today: “Il Donbass si qualifica come un conflitto congelato dal momento che lo scontro politico tra i due Paesi (cioè tra Kiev e le province secessioniste, ndr) è irrisolto e a questo punto non c’è una soluzione in vista”. Il professore paragona la situazione nell’Ucraina orientale a quella della Transnistria, sul confine occidentale, poiché anche lì “la repubblica separatista non è riconosciuta a livello internazionale”.

La Russia e la Nato

Ora, secondo molti analisti (compreso Ziener), questi conflitti sono il frutto di una strategia di destabilizzazione del proprio vicinato adottata deliberatamente da Mosca, al punto di chiamare queste crisi “i conflitti congelati di (Vladimir) Putin”. In sintesi, il Cremlino starebbe sfruttando questi conflitti (alimentandoli con un supporto più o meno esplicito ai vari separatisti) con l’obiettivo di mantenere la propria influenza nella regione. Quanto al Donbass, è evidente il coinvolgimento russo: “Lì la gente ha passaporti russi, guarda la tv russa, compra prodotti russi pagando con i rubli russi”, spiega il professor Ziener.

Per comprendere fino in fondo questa interpretazione occorre ricordare un particolare, che non riguarda direttamente la Russia bensì il suo acerrimo nemico: la Nato, l’alleanza nordatlantica di mutua difesa. Come precisato in uno studio della Nato sull’allargamento dell’Alleanza, il coinvolgimento di un determinato Paese in dispute territoriali (interne o esterne) può costituire un ostacolo al suo ingresso nell’organizzazione. Dunque, fino a quando questi conflitti congelati continueranno, i Paesi interessati non potranno accedere all’organizzazione.

Mosca avrebbe quindi tutto l’interesse a mantenere irrisolti questi conflitti visto che, come ribadisce Ziener, il suo obiettivo principale “è impedire che l’Ucraina, la Georgia e la Bielorussia diventino membri della Nato”. Per l’esperto del Gmf, l’ingresso di Kiev nell’Alleanza “non è un’opzione realisticamente sul tavolo”. “Putin ha già ottenuto questo risultato nel 2014” con l’annessione della Crimea e l’appoggio ai ribelli nel Donbass, ha proseguito il professore: “Per questo è così difficile comprendere l’ammasso di militari russi ai confini in questo momento”.

L’architettura della sicurezza europea

Ad ogni modo, appare chiara la rilevanza strategica dell’intera vicenda: l’Ucraina si sta avvicinando sempre di più all’Occidente, sia sul piano politico (con lo sguardo rivolto ad un futuro ingresso nell’Ue) che su quello militare (con i Paesi Nato che stanno aumentando la fornitura di armi a Kiev). Ma la Russia, ex potenza globale avviata verso il declino, sembra intenzionata a mostrare i muscoli. Putin ha recentemente definito russi e ucraini “un solo popolo”, parlando dei due Paesi come facenti parte di un “medesimo spazio storico e spirituale”. Se questo significa che intende annettere anche le province separatiste al territorio sovrano russo, come ha già fatto con la Crimea 8 anni fa, non è però dato a sapersi. 

Il Cremlino ha inoltre richiesto delle garanzie scritte e “legalmente vincolanti” che la Nato non si allargherà ancora verso est (in Ucraina, Bielorussia e Georgia) dopo l’espansione nei Paesi ex-sovietici dell’Europa centro-orientale (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Bulgaria, Estonia, Lettonia e Lituania), poiché questo lederebbe in maniera sostanziale l’interesse nazionale russo. Secondo gli esperti, l’architettura della sicurezza in Europa, e nello specifico lo slittamento di Kiev verso il campo occidentale, preoccupano seriamente Putin. Ma il segretario generale dell’organizzazione Jens Stoltenberg ha risposto picche, ribadendo che spetta agli Stati in questione, e non a Mosca, la scelta sull’eventuale adesione all’Alleanza.

Dal canto suo, Kiev vede la perdita della Crimea e le infiltrazioni russe nelle province orientali come ingerenze dirette del Cremlino. Inoltre, si è sempre rifiutata di riconoscere i rappresentanti delle autoproclamate Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, considerandole territorio nazionale sotto occupazione straniera. Negli accordi di Minsk del 2015 si prevedeva la concessione di un certo grado di autonomia alle due province: qualcosa che, secondo Ziener, “è estremamente difficile da digerire per gli ucraini”. Tanto che, in conclusione, “l’implementazione finale degli accordi non è prevedibile”. Insomma, il conflitto in Donbass pare destinato a rimanere congelato ancora per qualche tempo.

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