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Sabato, 21 Maggio 2022
Il dilemma di Xi / Cina

Boom di lettori in Cina per l'analisi che chiede di abbandonare Putin, Pechino la censura

Un saggio dello studioso Hu Wei suggeriva di non appoggiare la guerra in Ucraina per evitare l'isolamento internazionale, che farebbe male anche all'economia. Ma è stato bollato come "sconsiderato e pericoloso"

La guerra in Ucraina sta coagulando molti Stati guidati dai Paesi occidentali in sostegno di Kiev e contro la Russia di Vladimir Putin. Ma in questa delicata partita rimane un’incognita: da che parte sta la Cina? Finora, Pechino ha cercato di mantenere il piede in due staffe, ma guardando alla bilancia commerciale sembra sconveniente difendere Mosca contro l’Occidente. E non sono in pochi, anche in Cina, a suggerire che Xi Jinping debba “scaricare” l’alleato russo.

Scelta strategica

Un paio di settimane fa è apparso sul sito dello Us-China perception monitor (Uscpm) un saggio scritto dallo studioso Hu Wei. L’analisi sottolinea come la “scelta strategica cinese” dovrebbe essere quella di abbandonare senza esitazione la scomoda alleanza con la Russia, che secondo l’autore non ha possibilità di uscire vincitrice dalla guerra.

Se Pechino non prende nettamente le distanze da Mosca, sostiene l’autore, dovrà scontare un ulteriore contenimento da parte dell’Occidente. Per mostrare al mondo il proprio ruolo “da grande potenza responsabile, la Cina non solo non può stare con Putin, ma dovrebbe anche prendere azioni concrete per impedire le avventure impossibili di Putin”, si legge nell’articolo. “La Cina è l’unico Paese al mondo con questa capacità, e deve sfruttare appieno questo vantaggio unico”.

L’elaborato di Hu ha fatto il giro del web, sia in Cina che all’estero, raggiungendo in pochissimo tempo il milione di visualizzazioni, come riporta il Guardian, una cifra piuttosto alta per un'analisi accademica, e venendo rimbalzato da diverse pubblicazioni non ufficiali e account social. Ma appena l'articolo ha inziato a diventare popolare e a circolare troppo è stato rimosso dall’internet cinese dalla censura di Pechino, che lo ha bollato come “sconsiderato e pericoloso”. Ma se di solito i censori di Xi oscurano solo gli articoli indesiderati, stavolta hanno bloccato l’intero sito dell’Uscpm, attaccando sia l’organizzazione che l’autore.

La posizione di equlibrio

Per il momento, la Cina non si è sbilanciata sull’aggressione dell’Ucraina. La sua posizione vacilla tra l’alleanza con la Russia e il timore di ripercussioni internazionali. Da un lato, Xi e Putin hanno recentemente rinsaldato il legame d’amicizia “senza limiti” tra i loro Paesi (sancito con un contratto trentennale per la fornitura di gas russo), e la Cina ha criticato le “illegittime sanzioni unilaterali” imposte su Mosca, riconoscendo peraltro le “preoccupazioni di sicurezza” russe.

D’altro canto, Pechino dipende economicamente dalle nazioni occidentali più di quanto non dipenda dalla Russia. Il timoniere Xi deve navigare in acque agitate, e non è ancora chiaro da che parte voglia remare per tenere a galla la barca. Una barca su cui, al momento, ci stanno tutti: Mosca, Kiev (cui Pechino ha promesso nuovi aiuti umanitari) e Washington.

E quest’ambiguità si riflette sui media ufficiali, che ritraggono il governo cinese come un pacificatore neutrale ma incolpano la Nato per aver provocato la guerra. Circola voce che ci siano state indicazioni dall’alto per evitare posizioni particolari a favore o contro i due Paesi belligeranti, nonostante la retorica sia prevalentemente anti-occidentale.

Il dilemma economico

Eppure, portafoglio alla mano, la scelta per Xi potrebbe essere obbligata. È quanto si legge su Reuters, secondo cui il dilemma tra “una relazione commerciale lucrativa di lunga data con l’Occidente e una crescente partnership strategica con Mosca” potrebbe avere un’unica soluzione: sganciarsi dalla guerra di Putin. I dati economici suggeriscono che Pechino soffrirebbe di più la perdita delle relazioni commerciali con l’Occidente che con l’alleato russo. Nonostante i legami cinesi con il sud-est asiatico stiano aumentando e si sia ridotta la dipendenza dal commercio internazionale, infatti, oltre un terzo dell’export di Pechino va tra Stati Uniti e Ue.

Un dato comunque in calo rispetto ad un paio di decenni fa, quando i membri del G7 consumavano circa la metà delle esportazioni cinesi. Tuttavia, molti analisti sono concordi nel considerare che, tra non molto, Pechino dovrà guardare in faccia la “realtà” e sfilarsi dal sostegno incondizionato alle avventure militari del suo junior partner.

Di contro, il commercio cinese con la Russia è cresciuto da quando Mosca ha annesso unilateralmente la Crimea nel 2014, ma Pechino non esporta più del 2% del proprio output nel Paese. Si tratta principalmente di articoli di elettronica e altri beni di consumo, abbigliamento e giocattoli. Dalla Russia Pechino importa soprattutto prodotti petroliferi (circa 27 miliardi) e altre materie prime come rame, legno, gnl, carbone e altri minerali, anche se le sanzioni sulle banche russe che operano in dollari hanno ostacolato la capacità cinese di acquistare l’energia russa.

Ad ogni modo, nemmeno l’Occidente ne uscirebbe bene se dovesse imporre ampie sanzioni alla Cina, che è la seconda economia globale e il primo esportatore al mondo. Con tutto che negli ultimi anni la crescita cinese sta facendo relativamente meno affidamento sul commercio con l’estero rispetto al consumo interno e ai servizi (anche se la bilancia commerciale pesa ancora al 35% sul Pil, contro il 23% degli Stati Uniti).

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