Stop alle aziende cinesi nei nostri appalti pubblici: Francia e Germania sfidano Pechino

Merkel e Macron insistono per dei limiti che assicurino un maggiore reciprocità ma i Paesi del nord si oppongono. L'Italia, al momento, sta con Parigi e Berlino

© European Union

L'Europa accelera nel suo piano per restringere l'accesso agli investimenti cinesi negli appalti pubblici europei. E per farlo intende dare il via alle nuove regole sulla reciprocità che dovrebbero rendere più complicato per le aziende di Pechino partecipare a un mercato che ogni anno vale 2,4 trilioni di euro. Diversi Stati membri, con Francia e Germania in testa, sono arrabbiati per il fatto che le loro principali aziende siano state in passato escluse dai progetti cinesi come la rete ferroviaria ad alta velocità del Paese di 10.000 km e le strutture olimpiche nel 2008, mentre l'Unione ha aperto i mercati nazionali agli investitori del colosso asiatico.

Le proposte della Commissione

Il tema del cosiddetto Strumento per gli appalti internazionali (Ipi) sarà sul tavolo del Consiglio europeo di giovedì e venerdì. La Commissione lo aveva già proposto nel 2012, poi rivisto e riproposto nel 2016, ma da allora è rimasto nei cassetti del Consiglio a causa delle divisioni tra gli Stati membri. La prima proposta era molto rigorosa ed escludeva completamente le aziende dalle gare se i loro mercati nazionali erano chiusi ai rivali europei. Il testo "modificato" del 2016 ammorbidiva la cosa permettendo a tutte le aziende di partecipare a gare d'appalto, ma penalizzando quelle di paesi chiusi chiedendo che i loro prezzi fossero aumentati fino al 20%, nel tentativo di contrastare l'ingresso di imprese che beneficiavano di sussidi statali ritenuti ingiusti.

Gli Stati del nord contrari

Ad opporsi furono in particolare gli Stati dell'Europa del nord come il Regno Unito e la Svezia, Paesi notoriamente liberisti e che ritengono che l'Europa sbaglierebbe a chiudere le porte a offerte molto competitive nelle gare pubbliche delle quali, ritengono, beneficerebbero in ultima istanza anche i cittadini grazie al risparmio di fondi pubblici. L'Italia sembra resti favorevole a queste misure, nonostante il cambio di posizione avuto con il governo gialloverde sullo screening degli investimenti stranieri.

Per la Commissione non è una rappresaglia

La Commissione insiste che questo strumento non è una rappresaglia né un modo per chiudere il mercato europeo ai Paesi terzi. Si tratta "solo di pragmatismo, non è ideologia, abbiamo bisogno di questo strumento", hanno garantito fonti comunitarie all'Ansa. Nei fatti questo strumento oltre a garantire reciprocità darebbe anche una risposta alle richieste franco-tedesche dopo la bocciatura della fusione Alstom-Siemens, pensata appunto per sconfiggere la concorrenza cinese, e dovrebbe facilitare la creazione di campioni europei competitivi sul mercato globale e allo stesso tempo su quello Ue, preservando al contempo la concorrenza in Europa senza dover modificare le norme antitrust.

Come funziona

Il funzionamento dell'Ipi prevede infatti l'apertura di un'indagine da parte della Commissione sulle pratiche restrittive di un Paese terzo nei confronti di imprese europee, poi l'apertura di un dialogo con il Paese coinvolto per trovare rimedi. Solo come ultima spiaggia, in caso di mancato accordo, Bruxelles applicherebbe a sua volta misure restrittive nei confronti delle imprese, beni e servizi di questo Paese terzo, ma con voto finale degli stati membri che avrebbero quindi l'ultima parola.

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